Il ricordo: «Io sono Giorgio Chinaglia!» Il romanzo di una vita da romanzo

RomaÈ trascorso un anno dalla morte di Giorgio Chinaglia. Un anno in cui si è fatto molto per ricomporre il mosaico complesso di una vita esagerata, viziata e maltrattata, fatta di tasselli abbaglianti, azzardi e grandi buchi neri. A 12 mesi dal suo addio, un libro - «Io sono Giorgio Chinaglia!», di Franco Recanatesi - prova a fare chiarezza sulle «otto vite» di un campione diviso tra tre mondi: il Galles dove trascorse l'infanzia e l'adolescenza, l'Italia della maturità calcistica e gli Stati Uniti dei Cosmos di Pelè e Beckenbauer.
Cuore grande e carattere difficile, uno spericolato tuffatore nel mare dei grandi entusiasmi e delle improvvise depressioni, Chinaglia ebbe una esistenza tutta fatta di strappi. Intensa, maledetta, rabbiosa, priva di mezze misure. Una parabola destinata a concludersi spesso in territori pericolosi, a volte per eccessiva generosità, a volte per leggerezza, a volte per il desiderio di vivere «alla grande», come per un obbligo di rivalsa rispetto a una infanzia vissuta nella miseria degli emigranti, sulle strade di Cardiff.
Per il popolo laziale «Long John» resta un'icona, il simbolo di un'epoca, il leader dell'indimenticabile gruppo di «ragazzacci» dello scudetto del 1974, eccessi e feroci divisioni interne sublimate in una miscela esplosiva e perfetta. Un amore irrazionale per un idolo a cui la sua gente ha perdonato tutto, compreso il fallimentare ritorno - tanto cuore e pochi soldi - da presidente nell'83 e la controversa vicenda del 2004 quando si fece testimonial del tentativo di scalata della Lazio per conto di una fantomatica multinazionale ungherese. Una vicenda rispetto alla quale ancora non è chiaro se Chinaglia sia stato, per dirla con Recanatesi «ingenuo, raggirato o complice».
Questo, però, è soltanto il crepuscolo di una vita straordinaria. Di cui resta da compiere l'ultimo atto. «Il desiderio più grande di papà» rivela il figlio di Long John, Giorgio jr «era di essere sepolto in Italia. Il 29 aprile il giudice si pronuncerà» per tentare di dipanare una disputa tra i cinque figli, tra naturali e acquisiti, dei suoi due matrimoni. Un ultimo desiderio - quello di riposare in Italia accanto a Maestrelli, l'allenatore gentiluomo con il quale Chinaglia strinse un rapporto filiale e assoluto - ma anche il giusto finale alla vita di un uomo che fu di per se stessa un grande romanzo.