Rio si agita per Bolt E tra i re di Londra solo Farah non abdica

Record e campioni battuti, l'inglese domina nei 10mila. Maratona, la Straneo è 13ª

Oscar Eleni

Nel frastuono dello stadio del Botafogo che si agita soltanto per Usain Bolt, bisogna dire che l'atletica è partita alla grande in questa Olimpiade, oltre il record della meraviglia etiope nella prima giornata, perché il tempo si è mostrato inclemente con tanti campioni di Londra, soprattutto inglesi. Soltanto Mo Farah, il grande somalo che ha fatto la sua fortuna correndo per l'Inghilterra, ha tenuto nei 10000 la corona che altri hanno dovuto abbandonare: la Frazier nei 100, spodestata da un'allieva ribella come Elaine Thompson prima sul traguardo in 10"71; la britannica Jessica Ennis Hill a cui non è bastato il record stagionale per tenersi il regno delle prove multiple, lasciata con un bell'argento dalla ventunenne belga di nuova generazione Nafissatou Tihan che, per vincere con il nuovo primato nazionale a 6810 punti, ha saltato 1.98 in alto, misura che non tante faranno nella gara della Trost; caduta per un altro inglese nella affascinante gara di salto in lungo dove l'americano Jeff Henderson con 8.38 all'ultimo salto, per 1 centimetro, ha lasciato con un grande e amarissimo argento il sudafricano Luvo Monyongs, facendo decadere il rosso britannico Gerge Rutheford (8.29) che si è preso il bronzo sull'altro americano Lawson a cui i giudici hanno negato forse la vera misura dell'oro nell'ultima prova per un braccio strisciato sulla sabbia.

Per fortuna degli inglesi ci ha pensato però il commendatore dell' ordine dell'impero britannico Mo Farah che ha scherzato per 5 mila metri, è stato anche ultimo fra 34 in pista, e poi ha dato l'assalto alla sua maniera, nessuno lo tiene in volata dopo tanti chilometri, rivincendo il titolo dei 10000 metri, cosa che nella storia avevano fatto soltanto Kohlemainen, Nurmi, Zatopek, Viren, il finlandese era caduto nel 1972 proprio come il Mo che qui a Rioche poi ha rimontato e stravinto, Gebreselassiè e Bekele. Se dovesse prendersi anche il 5000 come a Londra allora soltanto Viren, prima di lui, avrebbe la gloria della grande doppietta olimpica. Certo nessuno ha adesso al collo una collana con 8 ori consecutivi fra olimpiadi e mondiali e questo aumenterà le polemiche perché la sua vita nell'Oregon con un allenatore chiacchierato lo ha tormentato abbastanza, certo più di quanto hanno fatto il keniano Tanui nell'ultimo mille del suo imperiale 27'05"17 e gli etiopi Tola e Demelash che ai 9000 metri guidavano la corsa.

Meno bravi delle mezzofondiste africane che sotto il sole di mezzogiorno a Rio hanno dominato la maratona finita al sambodromo mentre i poliziotti inseguivano il contestatore con cartello di protesta mai inquadrato purtroppo per lui: Jemina Sumsong (2h24'04") ha ridato il sorriso al Kenia che già era tormentato dal 10000 femminile della Ayana, battendo Eunice Kirwa (2h24'13"), stesso sangue, ma maglia del Bahrein, lasciando a 26" Mare Dibaba, stirpe reale delle alture etiopi. Anni fa quando organizzarono un mondiale a squadre di maratona in Amazzonia e qualche atleta si perse inciucchita dal caldo pensavamo che avrebbero scelto ore più fresche. Niente. Per fortuna tutte hanno bevuto abbastanza per reggere fino alla fine. Superando mille guai ci sentiamo di applaudire il tredicesimo posto (2h29'44") della quarantenne alessandrina Valeria Straneo e di portare in trionfo la dottoressa Catherine Bertone, 25^ sul traguardo (2h33'29") nella sua prima e, pensiamo, ultima olimpiade, corsa a 44 anni allenandosi fra un turno e l'altro in ospedale e casa con due figlie.