Rio, in viaggio verso il Maracanà

Sto viaggiando verso il Maracanà, su un autobus stretto, per fortuna sono seduto. Ogni buca è un rimbalzo. Non c'è people, solo giornalisti. È questo il problema qui. Non te lo fanno vedere

dal nostro inviato a Rio de Janeiro

Sto viaggiando verso il Maracanà, su un autobus stretto, per fortuna sono seduto. Ogni buca è un rimbalzo. Non c'è people, solo giornalisti. È questo il problema qui. Non te lo fanno vedere. Viaggi sempre circondato da muri, oltre ci sono i lebbrosi, gli appestati. Il viaggio è lungo. Il cinese si è addormentato appena seduto accanto a me, ora mi spinge sulla spalla sinistra e devo scrivere in punta di dita. Mi schiaccia sempre più verso il finestrino.

Confesso che anche io a un certo punto mi sono addormentato. Sentivo come in sogno lingue da tutte le parti del mondo. Babele doveva essere così. Poi mi sono svegliato e ho visto la favelas. Stanno lì che guardano separati dalla polizia, alcune ragazze sono sedute, ci sono cartelli e bestemmie, sento i fischietti che trillano, qualcuno ha pietre nelle mani. Non le usa. Non tira. Stiamo quasi sull'ultimo rettilineo che porta al sacro crocicchio del calcio.

Stasera è qui che si apre Rio 2016. Non sarà Pelè ad alzare l'ultima fiaccola. Perfino il re ha abdicato. Il calcio non è più la religione del Brasile. Non c'è più oppio per il popolo. Il cinese vicino a me si sta svegliando. Gli chiederò come si chiama. Matayosky, mi dice. E non è cinese. Figura di m.... Ma in fondo in questo sogno siamo tutti uguali. Noi. I diversi, con un volto e una storia, stanno fuori. E ci guardano entrare al Maracanà.