La riscossa tricolore del temerario Canola umilia i velocisti

Paesaggi invernali, un sentore di renne, spalatori per le strade. Non è neve, è ferocissima grandine, ma arriva lo stesso il dono di Babbo Natale: vince un italiano. E' Marco Canola, vicentino di 25 anni, cugino in seconda di Gelindo Bordin, ragazzo filosofo, primo firmatario di una bellissima ribellione, quella dei temerari contro lo strapotere del gruppo nelle tappe per velocisti. Canola si sciroppa 155 chilometri di fuga e alla fine ha la forza di battere gli ultimi due rimasti con lui, Rodriguez e Tulik. Dietro, tutti a dirsi bisognava inseguire prima e meglio, tutti a fare gli strateghi del giorno dopo. Canola cordialmente ringrazia e si gode i frutti di cotanta fatica, portando sul podio una bella riscossa tricolore, questo tricolore stretto e spiegazzato tra australiani e colombiani, questo tricolore mezzo ammainato che soffre una crisi profondissima e che finora ha vissuto sugli estri e sul talento di Diego Ulissi.
«Non esistono condizioni sfavorevoli: esistono solo uomini arrendevoli», dice Canola il saggio, con gli occhi lucidi, dedicando il capolavoro al papà che non c'è più. Le sue parole suonano come slogan aziendale in una squadra piccola, eppure molto longeva, che è la massima espressione del Made in Italy artigianale. In questa "Bardiani", padre e figlio Reverberi, Bruno e Roberto, coltivano da anni solo i nostri giovani interessanti. Li vanno a pescare nelle categorie minori e poi li avviano alla vita, sperando nelle cose migliori. Quando la Reverberi House ci prende, arriva il grande team e i pezzi migliori se ne vanno. Non c'è proprio niente di malinconico, in questa sorte: il vero Made in Italy è fatto per l'esportazione.
Sì, l'Italia che va e che sale sul palco è ormai condannata all'emigrazione, come l'Italia di cento anni fa, per i medesimi motivi: per cercare fortuna, per trovare opportunità. Nel ciclismo, che in territorio nazionale vive una crisi tremendissima (anche i due soli grandi team di serie A, Lampre e Cannondale, sono già per metà stranieri), in questo ciclismo disastrato si può parlare paradossalmente di un vero e proprio boom sul piano dell'export. Esportiamo soprattutto conoscenza. Esportiamo anche corridori, ma soprattutto tecnici. Praticamente, abbiamo Ancelotti e Capello in tutti i continenti, nelle zone floride e nei paesi emergenti. Basta guardare anche la semplice classifica attuale del Giro: sull'ammiraglia di Uran, il primo, c'è Bramati, su quella di Evans ci sono Piva e Baldato. Abbiamo Guercilena e Baffi con gli americani della Trek. Guidiamo i colombiani (Corti), i venezuelani (Savio), gli australiani (Algeri). Si appoggiano a noi persino i kazaki (Martinelli, Zanini).
Sono diesse in ammiraglia e team-manager dietro la scrivania. Sono meccanici, massaggiatori, procuratori. Cervelli in fuga? In un certo senso sì, in un certo senso ci si può pure avvilire. Ma conviene leggere il significato migliore della faccenda: a modo suo, è un'eccellenza che tiene attivissima la bilancia dei pagamenti, quanto meno in rispetto e prestigio. Gli altri ci mettono i soldi e l'organizzazione, perché purtroppo noi non li abbiamo più (quando li avevamo, ce li siamo giocati malissimo). Noi possiamo metterci solo l'esperienza, l'estro, la fantasia, soprattutto l'elasticità mentale. Un know-how che gli altri, per quanto danarosi, per quanto macchine da guerra, proprio non riescono a procurarsi da soli. Hanno bisogno della badante italiana.
Niente da dire, è una bella storia di Giro. Una delle tante storie di Giro. Si inizia a salire cercandone altre. Destinazione Oropa, tanto per gradire. Nel segno di Pantani, quando forò, rimontò, strapazzò. Cominciando a sollevare qualche timido perché.