Roubaix, il mito nato per marketing e Boonen sogna un addio d'autore

Ideata per promuovere il velodromo è diventata la regina delle corse

Pier Augusto Stagi

Il modernismo e il futurismo sono ancora di lì da venire, ma la Roubaix ne anticipa il senso, lo spirito, il movimento e il pathos. Corsa che ha segnato la storia del ciclismo ma anche il modo di intenderlo. «Non v'è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro». Il manifesto di Marinetti sembra prendere vigore nella foresta di Aremberg, e pare essere scritto sulle pietre della regina delle classiche, l'ultima follia del pedale, forse la corsa di un giorno più conosciuta al mondo.

Il suo pavé scuote immediatamente gli animi degli sportivi. Nel 1895 Theodore Vienne e Maurice Perez, due filatori di Roubaix, decidono di costruire un velodromo nei pressi del parco Barbieux. Dopo l'inaugurazione maturano un'idea brillante quanto ardita per promuoverlo e sponsorizzarlo: una gara con partenza da Parigi fino al loro nuovo velodromo. Che è troppo in periferia per essere conosciuto, troppo a nord per essere raggiunto, troppo invisibile nella maestosa cartina della Francia per essere facilmente identificato. Siamo sul finire dell'Ottocento, ma i due signori ci sanno fare eccome con quello che oggi chiameremmo più comunemente marketing e comunicazione.

Domani la Roubaix andrà in scena per la 115° volta. Ancora oggi viene considerata da tutti la corsa più folle e anacronistica del ciclismo. È la corsa più piatta che ci sia, ma la più terribile e spaventosa di tutte. Si corre su strade agricole impervie a schiena d'asino, lastricate di pavé, in piena campagna. Lì ci sono transitati per anni solo trattori e carri che trasportavano carbone. Pietre curate e tutelate da un'associazione gli «amici della Roubaix» -, che ha come missione quello di tenere in ordine i tratti di pavé e proteggerli, visto che sono molti i suiveurs che tornano a casa con i blocchi di pavé.

La prima edizione della Parigi-Roubaix si disputa il 19 aprile 1896. Il via davanti al ristorante Gillet, a Porte Maillot, alle 5.30: 109 iscritti e 55 partenti, di cui 48 internazionali e 7 amatori della circoscrizione di Lilla. Primo a tagliare il traguardo, dopo 280 km, il tedesco Josef Fischer, in 9 ore e 17 minuti (media 30,162 km orari). Per lui la cospicua somma di 1000 franchi che spetta al vincitore, pari a sette volte il salario mensile di un minatore dell'epoca.

«Io quelle strade lastricate di pavé le avevo nelle mie corde ci racconta Francesco Moser, vincitore di tre edizioni consecutive della corsa -: le ho sempre amate. Nel 1978 vinsi alla grande. Avevo in squadra Monsieur Roubaix, Roger De Vlaeminck, che quella corsa ha vinto quattro volte, come Tom Boonen, che domani darà il suo addio alle corse, sperando di superarlo. Staccai tutti, da Roger all'olandese Raas e al belga Maertens, bruttissimi clienti in volata. L'anno dopo mi sono ripetuto, andando via da solo a 25 chilometri dal traguardo: primo io, Roger secondo. Nell'80 stessa storia: via quasi nello stesso punto dell'anno prima. Stacco il tenace Gilbert Duclos- Lassalle. Quella, la terza, è quella che ricordo con maggiore piacere».

Se è per questo il trentino, vincitore anche di un mondiale su strada e uno su pista, di un Giro e di tre titoli italiani, si ricorda benissimo anche la sconfitta patita nell'81. «Vince Bernard Hinault, che non ha mai amato questa corsa, definendola senza tanti giri di parole una autentica stronzata. Arriviamo allo sprint io, lui e il solito De Vlaeminck. Sono sicuro di giocarmela con Roger, invece il bretone fa una volata lunghissima e ci mette nel sacco. Molti pensano ancora oggi che io e Roger abbiamo fatto un regalo a Bernard. Nulla di più falso: quella vittoria mi brucia ancora maledettamente, ma Bernard fu semplicemente fenomenale. Il mio favorito per domani? Mi piacerebbe un addio d'autore da parte di Tom Boonen. Il suo quinto successo sarebbe un bene per tutto il ciclismo».