Sabella l'eterno secondo che gioca a due schemi

Una vita all'ombra di Passarella, compresa la rovinosa parentesi a Parma. La sua tattica in due idee: "Messi, come giochiamo? E chi vuoi al fianco?"

Prima del Mondiale, nei peggiori bar di Buenos Aires - ma probabilmente anche nei migliori - circolava una barzelletta sul ct dell'Argentina Alejandro Sabella e la sua filosofia tattica, sintetizzabile in due semplici domande. La prima: «Messi, con che modulo giochiamo?». La seconda: «Messi, chi vuoi come compagno di squadra?».

Adesso però che l'Albiceleste è tornata in finale per la prima volta da Italia '90, non ride più nessuno. E la presunta "debolezza" di Sabella (prima fra tutte quella di aver lasciato a casa giocatori non graditi da sua maestà Leo Messi, vedi Carlitos Tevez: mai comunque convocato dal tecnico) si è improvvisamente trasformata in forza. La forza dell'umiltà, come sottolineato dal giornalista argentino Martin Samuel. Umile nell'accettare il confino perenne nel cono d'ombra proiettato dalla Pulce, senza alcuna pretesa di dovergli insegnare dove e come stare in campo. E soprattutto umile nel rendersi conto che, a volte, esistono davvero giocatori che contano più della squadra. «Il segreto per gestire Messi?» ha confessato una volta Guardiola a Sabella. «Fallo sentire coccolato, e circondalo di giocatori che in campo gli rendano la vita facile».

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dopo i due pallidi Mondiali precedenti (un gol tra Germania 2006 e Sudafrica 2010), in Brasile Messi è tornato a fare la differenza, con gol (4 nelle prime tre partite) e assist (decisivo quello a Di Maria per il successo contro la Svizzera negli ottavi).

Nell'era dei Van Gaal e dei Mourinho, è logico che un anti-personaggio come Sabella venga ampiamente sottovalutato. Eppure la bacheca del Pachorra, così soprannominato quando era giocatore per le sue movenze eleganti ma lente, vanta titoli importanti, primo su tutti la Copa Libertadores (la Champions League sudamericana) vinta nel 2009 alla guida dell'Estudiantes di Juan Sebastian Veron. Chiamato sulla panchina del club de La Plata in sostituzione del Cholo Simeone, Sabella era arrivato ad una manciata di secondi dalla conquista del Mondiale per club contro il Barcellona stellare di Guardiola, che riacciuffò gli argentini all'89' prima di imporsi ai supplementari proprio grazie a Messi.

Quella sulla panchina dell'Estudiantes è stata la prima esperienza in assoluto di Sabella in qualità di primo allenatore, dopo anni come vice di Daniel Passarella tra Uruguay, Messico (un titolo con il Monterrey), Brasile e Argentina, più una rovinosa parentesi nel Parma: 5 partite, altrettante sconfitte e tanti saluti a Passarella.

Il grande maestro di Sabella rimane però Carlos Bilardo, suo allenatore nell'Estudiantes. Anch'esso abituato a vivere nell'ombra di un grande numero 10 (nel suo caso, Maradona), il Narigon è l'ultimo allenatore ad avere portato la coppa del mondo in Argentina. Accadde in Messico nel 1986, e anche in quel caso si parlò di squadra composta da un fenomeno più dieci scudieri. Una descrizione un pizzico ingenerosa se applicata all'Argentina odierna, visto che Di Maria, Higuain e Lavezzi sono più che semplici gregari, e in finale l'Albiceleste è arrivata anche grazie a loro. Adesso, contro il tabù-Germania (giustiziera dell'Argentina negli ultimi due Mondiali), tocca a Messi. E di Sabella non riderà più nessuno.