Cipollini: "Salviamo il ciclismo. In Italia è senza difese"

L'ex re Leone: "Benché la bici cresca e abbia tanti tifosi, non interessa. Renzi è andato dalla Pennetta ma non da Nibali in trionfo al Tour"

«Ma è mai possibile che il ciclismo italiano ce lo invidi il mondo e gli unici ai quali non interessi sono gli italiani?». Mario Cipollini, in versione Gigi Marzullo, si fa la domanda e si dà anche una risposta. «È inconcepibile».

Re Leone torna a ruggire, ma lo fa senza mostrare né gli artigli né le fauci: non ne ha bisogno. Basta quello che dice e come lo dice per attirare il nostro interesse. Il campione del mondo di Zolder lo incontriamo a Pinerolo, in una serata di gala messa in scena da un munifico imprenditore della zona, Elvio Chiatellino, che per presentare le tappe del Giro d'Italia che passeranno di qui tra il 26 e il 27 maggio, ha invitato il meglio del ciclismo mondiale: da Bernard Hinault a Felice Gimondi, passando per Adorni, Basso, Moser, Saronni e Argentin, arrivando fino a Bugno, Fondriest, Bettini, Ballan e Cipollini, appunto. Ci sono anche Aru e Nibali, in totale si contano 12 campioni del mondo, con 30 Grandi Giri conquistati e un'infinità pazzesca di classiche.

Cipollini, ma questo ciclismo le piace?

«Mi piace eccome, in modo particolare in questi ultimi anni. Quest'anno poi i grandi sono partiti subito molto bene. Anche se si tratta ancora di corse minori, hanno già vinto Froome, Contador, Nibali, così come Kristoff e Kittel. Insomma, è un ciclismo di qualità. Quello che non mi va, è che il ciclismo in Italia fatichi ad essere apprezzato per quello che vale ed è».

Per quale ragione fatica ad incontrare interesse?

«È un problema mediatico, non di appassionati, perché la pratica è in costante crescita e gli appassionati continuano a seguire sulle strade questo magnifico sport. Manca appeal mediatico, forse anche per colpa del ciclismo italiano che fatica a proporsi nel modo adeguato, con progetti ampi e mirati, ma anche per colpa di una mancanza di cultura sportiva da parte dei media».

Il ciclismo italiano ci ha messo del suo però per farsi del male, raccogliendo per anni scandali a non finire.

«È vero ma non è del tutto vero. Le scommesse nel calcio, le scommesse nel tennis, il doping nell'atletica, il doping amministrativo ad ogni livello e grado, insomma oggi lo sport non è più la favola bella dove tutto è lindo e pulito, il business e gli interessi hanno fagocitato tutto. Però c'è un però».

Quale?

«Che un simbolo immenso del calcio come Diego Armando Maradona, che di problemi ne ha avuti tanti e di varia natura oggi vive da leggenda dello sport a Dubai, e Marco Pantani che è stata l'ultima vera leggenda del ciclismo mondiale è sotto terra. Questa è la differenza. Il ciclismo, in modo particolare nel nostro Paese, non ha protezioni e anticorpi. Nibali vince il Tour de France e al premier nemmeno viene l'idea di andare sui Campi Elisi. Però per la sfida Pennetta-Vinci a New York ci è andato di corsa».

Cosa ci vorrebbe?

«Che uno Squinzi tornasse nel ciclismo. Che persone di valore come Diego Della Valle, Barilla, Marchionne, la famiglia Agnelli o Berlusconi credessero in uno sport che è molto di più di quello che è. Un mese fa sono stato a Villa Certosa, a casa proprio del Cavaliere, per parlare anche di queste cose».

E Berlusconi cosa le ha detto?

Che non è facile, che ha mille e più cose da risolvere, ma che se intercetterà qualcuno interessato a fare qualcosa per il nostro movimento non esiterà a darci una mano».

Ora che il ciclismo ha arginato la piaga del doping, ecco spuntare i motorini.

«È una follia e più folle è chi sottovaluta il problema e utilizza questi marchingegni. La ragazzina belga (Femke Van Den Driessche, ndr), trovata ai mondiali di cross con un propulsore nei pedali è solo un capro espiatorio ed è stato un chiaro messaggio a tutti i naviganti: da oggi non si scherza più, da questo momento in poi comincia tutta un'altra storia».