San Siro tabù? Colpa di Max e Stramax

Ma quale macumba. Se le milanesi non riescono ad espugnare il fortino di San Siro, la colpa non è di qualche oscuro nemico che ha infilato chissà quanti aghi nel pagliaccetto dello stadio, ma di una politica oscura e per certi versi inaccettabile. Va bene ridurre le spese con particolare riguardo agli ingaggi, d'accordo sul rispetto del fair-play finanziario, ma non si può di punto in bianco passare dal capitalismo sfrenato al proletariato di facciata. Ci vuole un progetto serio, credibile, proiettato nel tempo. E il discorso riguarda soprattutto il Milan, fattosi trovare impreparato perfino dall'addio annunciato di Nesta. Gravissima poi la cessione di Pirlo al competitor più pericoloso. Inutile infine parlare di rinnovamento dando la caccia a Kakà o cercando di rifilare De Jong (a metà fra Gattuso e Ambrosini) come l'erede di Pirlo. Dove sono i giovani? L'Inter ha un organico superiore, ma paga dazio a centrocampo dove Stramaccioni perde le sfide casalinghe schierando esterni di complemento che meglio starebbero sulla linea di difesa, come il non più giovane Zanetti.
I risultati sono sconfortanti. I rossoneri, andando in gol solo nel Trofeo Berlusconi, hanno lasciato le penne al Meazza 3 volte su 4: al loro attivo un misero punticino. Ma la squadra, per quanto orfana di Thiago Silva e Ibrahimovic, non è inferiore a Sampdoria e Atalanta con cui ha perso in campionato. Per i nerazzurri i punti sono due, entrambi conquistati a fil di sirena. Ma ciò che più preoccupa sono i 9 gol incassati sul nuovo tappeto di San Siro, quasi sempre in contropiede, a difesa aperta e senza protezione a centrocampo. Il segno che anche su questa sponda il materiale potrebbe essere sfruttato meglio. Ecco il punto. Altro che la diatriba sul “provincialismo” usata con furbizia da Stramaccioni per sviare i discorsi dagli aspetti tecnici e tattici. Chissà perché invece Carrera vuole «una Juve provinciale» come quella che ha strappato un bel pari sul campo del Chelsea al rientro in Champions League. Per intendersi sul concetto, basta telefonare a Trapattoni, uno dei grandi allenatori italiani emigrati all'estero.
In soldoni, al di là dei campioni ceduti o non comprati, la Serie A non può rinunciare in un colpo solo ai tecnici che l'hanno fatta grande in un recente passato, compreso Mourinho. Togli il portoghese e il Trap, Ancelotti, Capello, Mancini e Spalletti, aggiungi all'elenco degli assenti Di Matteo e Zola, e poi capisci perché i conti non tornano. Aspettando Stramaccioni e Allegri, viene il magone al pensiero di quando sulle panchine delle milanesi c'erano Mou, Mancini e Ancelotti, magari Leonardo, oggi protagonisti a Madrid, Londra e Parigi. Altro che macumba.