La Sanremo salvata dal golpe solito thriller per veri duri

E' la corsa più lunga del mondo, 294 chilometri e quasi otto ore in sella, interminabile come Ben Hur e faticosa come un turno da metalmeccanico.
E' la corsa che apre ufficialmente la stagione del ciclismo vero, serio, pregiato. Da qui all'autunno, nell'alveare di gare e garette sparse in ogni data e in ogni angolo del pianeta, il campione sa che soltanto cinque giornate del calendario valgono davvero la storia, le cinque date delle cinque corse non a caso definite Monumento, e cioè Sanremo, Parigi-Roubaix, Giro delle Fiandre, Liegi-Bastogne-Liegi e Giro di Lombardia. Tanto per non dimenticare, noi dell'Italia non ne vinciamo una dal 2008, dal Lombardia di Cunego, ormai un cimelio protetto nel museo sotto una campana di vetro.
E' la corsa dei folli, dei coraggiosi, dei romantici, perchè non permette alcun calcolo e alcuna strategia: magari rosola il gruppo nella noia per sette ore e mezza e poi impone l'elettroshock nell'ultimo quarto d'ora, dal Poggio in poi un'unica apnea a duemila battiti, per premiare il più svelto, il più scaltro, il più sveglio. Anche se magari non è il più forte.
E' la corsa che solo la miopia e il grigiore di certi organizzatori hanno cercato di deturpare, inserendo la salita della Pompeiana a pochi chilometri dall'arrivo, così, tanto per snaturare l'alchimia unica e inimitabile di uno spettacolo eccezionale, trasformandolo in un'anonima e dozzinale imitazione di corsa selettiva. Purtroppo, ma sportivamente per fortuna, ci ha pensato la natura, con le sue sfuriate invernali, a rimettere tutto in ordine, cioè a cancellare per rischio frane la Pompeiana, obbligando i geniali organizzatori a lasciare tutto come sempre. Siamo all'edizione numero 105, non si sentiva il bisogno che qualcuno s'inventasse pure la Sanremo dura per cambiare la storia. La Sanremo è questa, è una sola ed è sempre la stessa. E chi la tocca peste lo colga.
E' la corsa che tutti vogliono correre, a cominciare da Nibali. Certo non è tagliato per il genere, eppure ha imposto alla sua squadra (Astana) di schierarlo, perchè i grandi artisti devono esibirsi nei grandi teatri, sempre, senza fare calcoli di convenienza e di opportunità (voto preventivo a Nibali, per questa sua voglia di correre sempre una stagione intera, dall'inizio alla fine: 11).
E' la corsa che tutti vogliono correre, che tutti vogliono vincere, e la cosa bella è che quasi tutti possono vincerla sul serio: talmente bizzarra e talmente imprevedibile, come sfida, che l'anno scorso toccò a un certo Ciolek, per dire l'imponderabilità dell'appuntamento. Si possono fare lunghe liste di superfavoriti (quest'anno: Sagan, Cancellara, Gilbert, Cavendish, Greipel, Degenkolb), sapendo però che alle cinque di domani sera il vincitore reale potrebbe sbucare fuori da chissà dove, soprattutto dall'anonimato. Da questo punto di vista, per una volta il pronostico lascia qualche spiraglio persino a noi, area depressa del grande ciclismo: hai visto mai che Pozzato improvvisamente riporti al via il suo fratello indomito e spregiudicato, hai visto mai che i giovani Ulissi, Ponzi, Modolo trovino miracolosamente il modo di inventarsi il miracolo. Sanremo faccia la grazia.
E' la corsa che tutti i poeti da trattoria chiamano classica dei fiori, forse scambiandola per l'omonimo festival, e pazienza se l'anno scorso a Ovada si dovettero raccattare nella neve i corridori stoccafissi per portarli in pullman direttamente in Riviera, e pazienza se anche per domani sia prevista pioggia battente, almeno di mattina. E' una corsa così, che stimola i poeti.
E' la corsa che ormai tutti considerano campionato mondiale per velocisti, quasi fosse una corsa minorata, e pazienza se quando vince un velocista è sempre un velocista per modo di dire, perchè prima di tutto è un fondista, un combattente, un duro che comincia a giocare quando il gioco di fa duro.
E' una corsa emozionante e bellissima. E' una corsa thriller da cuore in gola. E' una corsa incredibile che tutto il mondo ci invidia.
E' la Milano-Sanremo, e non c'è altro da dire.