Schumi jr si racconta nel nome del padre: "Corro per passione, non per emularlo"

Il figlio di Michael corre in F2. «Che bello cercare il proprio limite, una dipendenza»

Quando la domanda lo spiazzava, Michael Schumacher sgranava gli occhi e ti fissava quasi avesse davanti un marziano, quasi di tutte le curiosità quella fosse stata la più assurda, impertinente, stupida, imprevedibile, inappropriata, inopportuna. Come quel giorno lontano ad esempio, quando si sentì chiedere del supermarket, della spesa, dell'ortofrutta e lui rispose «ma certo che ci vado anche io, certo che la faccio personalmente, banconi, pasta, sugo, carrello, coda, cassiera... E poi torno a casa e cucino la pastasciutta...» aveva concluso la sua lezione di normalità mentre l'uomo, all'epoca, era un po' come il Lewis Hamilton di oggi, il re, il più venerato, il più pagato, cento milioni l'anno si vociferava. Ecco. Quasi vent'anni dopo, ieri, nel retro paddock di Barcellona, dove piantano le tende i ragazzi delle formule minori, nella fattispecie la F2, suo figlio Mick ha sgranato gli occhi nella stessa identica maniera. Uniche differenze, la mascella e gli occhi azzurri.

«Perché ho deciso di correre?» ha esclamato, «è semplice. Per la passione». E ha iniziato a sbrodolare motivazioni, anche in modo convincente, senza però realmente riuscire a spiegare per quale dannato motivo un giovane uomo o un vecchio bambino abbia deciso di cimentarsi nello sport dove il padre resterà per sempre soverchiante, inarrivabile, nemmeno avvicinabile, e lui, qualsiasi cosa faccia e ottenga, sempre all'ombra. «È perché amo la competizione» ha però proseguito Mick, «amo le corse, amo provare a cercare il mio limite, ma anche quello della macchina. Quando ci si riesce si prova una delle sensazioni più belle che ci siano; perché lo senti, te ne accorgi che in quel giro sei stato perfetto, perché ne diventi come dipendente, senti il bisogno di rifare quel giro per poter riprovare la stessa sensazione ancora e ancora...».

Fa effetto guardare e ascoltare questo ragazzino che nel viso racconta due vite: quella racchiusa negli occhi che tradiscono una tristezza profonda, perché un padre che non c'è più manca da morire e un padre che c'è e non c'è manca ancora di più; e quella racchiusa nel sorriso che rivela la gioia allo stato puro di essere qui, finalmente pilota vero. Come quando analizza il debutto in F2 e ammette che «in Bahrein e a Baku non è andata come avrei voluto, ma sto imparando e so che proseguendo così arriverò a vincere», o come quando dice «che no, a casa niente F1 online, non mi emoziona», niente play station, «solo il simulatore del team quando devo preparare le gare... per il resto, preferisco pedalare, preferisco passeggiare con il mio cane, magari surfare quando posso» e ascoltandolo è un attimo andare a suo padre che spariva con l'Harley per girare gli Stati Uniti.

Mick occhi tristi e sorriso grande che «sì», svela, «ho deciso di diventare pilota di F1 quand'ero molto piccolo, avevo 3 anni, papà mi mise su un piccolo go kart con il limitatore e mi innamorai di questo sport...»; Mick sincero che confessa «la mia vita ogni giorno è sveglia, colazione, allenamento, pranzo, allenamento, cena e gli amici ci sono ma solo se si allenano con me...». Mick quasi perfetto che inciampa solo all'ultimo, quando candidamente ammette che «no, non ricordavo proprio che la prima vittoria di papà con la Ferrari fosse stata proprio qui a Barcellona». Perdonato. Era il 1996. Non era ancora nato.