È la sfida dei conti in sospeso. Max e Mancio li hanno scordati

Juventus e Inter, una volta fioccavano frecciate. Ora i tecnici fanno finta di niente.Potere e vittorie, i destini incrociati dei club che si sono spartiti un decennio

nostro inviato ad Appiano G.

Juventus-Internazionale, 20,45, una per restare su, l'altra per rialzarsi, detta anche il derby d'Italia ma in Corso Vittorio Emanuele non sono più tutti così d'accordo sull'etichetta. Quelli sono stati in serie B, il derby d'Italia eventualmente è fra l'Inter e la Primavera dell'Inter.

Cent'anni e spazzola di gomitate nello stomaco, dita negli occhi, dispetti e fregature, un avvocato con la cravatta sopra il pullover, l'altro fedele solo alla sua faziosità. Nessuno dei due le mandava a dire, Gianni Agnelli, quasi indignato, rivolto a Boniperti confidò: «Ho saputo che il nostro cuoco ha preso l'Inter», riferito a Ernesto Pellegrini, neo presidente nerazzurro, che si occupava del catering nelle aziende Fiat. Peppino Prisco ammise: «Se stringo la mano a uno juventino poi mi conto le dita». Ci mancano. Oggi nessuno ha il coraggio di dire ciò che pensa, ammesso che lo pensi. Ma perché Mancini non dice apertamente: andiamo a Torino per picchiargliene dentro quattro. È calcio, ci sono morti e feriti ma sono solo virtuali. Non lo dice perché se poi gliene fa solo tre lo deridono? In fondo non è soltanto Juve-Inter, è due mondi talmente simili da finire contrapposti, e se vuoi scalare il potere devi tirare giù il satrapo. Mancini si è limitato a dire che la Juventus è la squadra più forte d'Italia e che a Torino non sarà una partita facile. Poi in un momento di entusiasmo ha aggiunto: «Ma non lo sarà neanche per loro». Massimiliano Allegri si è quasi sbilanciato: «Dopo dieci partite noi eravamo in una posizione, loro in un'altra. Ora è tutto diverso».

Un po' quello che sta accadendo a più lunga gittata, i cinque scudetti consecutivi dell'Inter e ora i quattro della Juventus, più avanti, più proiettata, titolare di un impianto, razza padrona, 40 milioni di ricavi solo dallo Juventus Stadium, altri 50 barra 60 dalla partecipazione in Champions, Dybala che risponde a Mancini al telefono: «Grazie per l'interesse, ma io voglio solo la Juve». E Dybala oggi è qualcosa di tanto pesante che Allegri mette in campo: «C'ho provato - conferma Mancini -. Questo diventerà uno fra i più forti giocatori del mondo». Ma la differenza la fanno bilanci e ricavi, l'Inter è stata davanti alla Juve solo nei due anni attorno al treble di Madrid, poi un crollo inesorabile. Nella sua recente visita Erick Thohir però era ottimista, i ricavi sono in crescita del 10 per cento rispetto alla stagione scorsa, 180 milioni: «E tutto questo senza la squadra in Europa», ha sottolineato con enfasi. Ha anche aggiunto che l'Inter deve arrivare a 230 milioni, poi andrà giù pesante, si spende e si spande. La Juve ha chiuso la scorsa stagione a 348 milioni e Mancini ha commentato: «Non sono solo la più forte squadra d'Italia, ma possono anche comprare i giocatori che vogliono». Era un sms a Thohir che è già ripartito per Giakarta.

Se lo stadio è stato il volano della scalata Juve che arrivava dalla stagione in serie B, la generosità di Massimo Moratti è stata l'inizio della calata interista, detto con tutto il rispetto. Quando, dopo il Treble, c'era la fila fuori dal suo ufficio per far sapere che avevano mercato ma per amore dell'Inter sarebbero rimasti, quindi occorreva un ritocchino all'ingaggio. Il bilancio della Beneamata aveva raggiunto -87 milioni, inferiore solo ai -140 della stagione scorsa con tutti i tribulamenti del management nerazzurro sul fair play finanziario. La Juve era a -95, poi è arrivato lo Stadium e siamo ai +2 della scorsa stagione, in Corso Galileo Ferraris al 32 non sanno neppure cosa sia il fpf. E non è tutto qui, le due blasonate hanno un curriculum che le rende simpaticissime al resto d'Italia, l'Inter è stata la prima a vincere l'Intercontinentale e la prima a vincere il treble, la Juventus mette in fila 31 scudetti. Se è vero che metà Italia tifa Juventus è altrettanto vero che l'altra metà vorrebbe la sua tumulazione. Ci sarebbe tutto per dichiarare guerra, ma non si usa più, neppure le diplomazie hanno il peso calcistico di una volta. «Bisogna tenere i piedi ben saldi a terra - ha detto Allegri in una delle vigilie più fredde della storia -. Vincendo sarebbe solo una vittoria in meno per lo scudetto». «No - ha replicato Mancini -. Non è decisiva, dopo ci sono ancora altre undici partite».