Da Shaqiri alla mano de dios se il gol è una rivincita politica

L'esultanza censurata dei kosovari svizzeri con la Serbia riapre una ferita mai chiusa. Come Diego con le Malvinas

Il Var è stato paragonato al tribunale internazionale delle Nazioni Unite. Ci ha pensato con un durissimo messaggio su Instagram il ct serbo Mladen Krstajic a gettare ulteriore benzina sul fuoco dopo i fatti di venerdì sera a Kaliningrad. Il doppio colpo della Svizzera era stato griffato da Xhaka e Shaqiri, entrambi di origini kosovare, che avevano esultato a braccia incrociate sul petto e a mani aperte per simboleggiare l'aquila della bandiera albanese. Un gesto che ha suscitato polemiche, riaprendo antiche ferite storiche: quella degli albanesi del Kosovo e la Serbia che dopo vent'anni dalla guerra rimangono divisi da un'accesa ostilità. Krstajic però è andato oltre, affermando che «sfortunatamente, solo i serbi sono stati condannati da una giustizia selettiva: prima il maledetto tribunale dell'Aja e oggi dal Var». La Serbia si è lamentata per la decisione dell'arbitro Brych di non concedere un rigore su Mitrovic, ma l'uscita del tecnico di Belgrado va oltre le diatribe di un pallone che normalmente assolve al suo compito stabilizzante meglio delle diplomazie. Di fatto si è trattato dell'appendice di un'altra notte, quella di Belgrado del 14 ottobre 2014, quando durante Serbia-Albania un drone con una bandiera della cosiddetta Albania etnica sorvolò sul terreno dello stadio Partizan, generando una rissa tra giocatori e tifosi.

Nella storia della Coppa del Mondo si sono consumate diverse vendette, facendo leva sull'agonismo e la competizione per sconfinare nel campo di conflitti mai sopiti. Non dimentichiamoci che la mano de dios, il gol realizzato da Maradona contro gli inglesi a Messico '86, non era soltanto una furbata, ma il desiderio del pibe di una giustizia fai da te dopo il conflitto delle Falkland, per vendicare (a suo dire) i 649 giovani soldati che persero la vita in una guerra impari contro Albione nel fango delle Malvinas. Il gol di Sparwasser ad Amburgo nel giugno del 1974 ci riporta invece ai tempi della guerra fredda. La zampata dell'attaccante della Germania Est ai cugini dell'Ovest consentì alla Ddr di vincere il girone e al contempo regalò linfa vitale alla dittatura di Willi Stoph che proprio grazie allo sport (e al famigerato doping di stato) stava azzardando di consolidare l'egemonia comunista. Nel 1973 in Cile l'esperienza socialista di Salvador Allende, affine all'ideologia sovietica, venne azzerata da un golpe militare che portò al comando Augusto Pinochet. In questo clima di tensione estrema, il Dio del pallone pensò bene di incrociare Cile e Urss per l'assegnazione dell'ultimo posto ai mondiali del 1974. La partita di andata si giocò allo stadio Lenin di Mosca. Due mesi più tardi, il 21 novembre 1973, era prevista la gara di ritorno a Santiago del Cile. Breznev diede l'ok ma solo in campo neutro. La Fifa non accettò la sua richiesta e per ripicca i sovietici non si presentarono. Le logiche della guerra fredda decisero chi avrebbe partecipato al Mondiale. Un po' come la gara, regolarmente giocata allo stadio Gerland di Lione, tra Stati Uniti e Iran alla kermesse iridata francese del 1998. Una partita anticipata da polemiche, proclami, tentativi di distensione e nuove accuse tra la Casa Bianca e il regime degli Ayatollah. Furono gli iraniani a trionfare per 2 a 1, e l'autore del gol decisivo, Hamid Estili, accolto in patria come un eroe, ottenne persino uno scranno al parlamento di Teheran.