Si comincia con questa Coppa Ma poi sarà scudetto d'Arabia

Oggi Juventus-Milan con più del 50% d'italiani in campo E Galliani e Marotta si uniscono per esportare la A

Si va per soldi. D'accordo. Non capisco lo scandalo. Non comprendo perché le anime candide si lamentino del fatto che Juventus e Milan giochino la supercoppa italiana all'estero e non in patria, come accade per altre leghe. Qualcuno forse ignora che altrove i soldi li hanno già in casa; se prendete a paragone l'Inghilterra, la forbice degli introiti dei diritti televisivi per club è, rispetto alla nostra tagliaunghie, aperta come le fauci di uno squalo. Dunque si va dove i professionisti devono andare, il resto è fuffa demagogica, un chiacchiericcio da cortile. Per fortuna, alla fine, se la giocano due squadre e due club illustri, sta a loro lucidare il nome dell'Italia. Perché, se ci mettessimo nelle mani delle cosiddette istituzioni, allora saremmo di nuovo, e come sempre, a Giochi senza frontiere, questo il modello, questa la sensibilità, questa l'organizzazione. Adriano Galliani potrebbe essere, in tal senso, l'uomo del futuro per il governo del calcio, la sua perizia di questi trent'anni euromondiali, porterebbe, anzi dovrebbe portare tutto il necessario perché il nostro calcio svolti. E non soltanto con la finale a Doha. Lo stesso Galliani ha accennato all'ipotesi di giocare alcune partite del campionato in Qatar o comunque in quell'area. Apriti cielo. Segnalo che la stessa idea circola in Inghilterra da almeno due anni, il football itinerante sarà una delle voci del futuro, la richiesta che arriva da alcune aree geografiche è più che interessante e interessata, i denari garantiti ancora di più, così come la spinta degli sponsor attirati da un circuito non esclusivamente nazionale. La supercoppa è un provino della superleague.

Sta di fatto che oggi, finalmente, si chiude il 2016 e si chiude con un classico, Juventus-Milan, per trent'anni unite da una specie di joint venture inaugurata da Antonio Giraudo e Adriano Galliani con il placet di Umberto Agnelli e di Silvio Berlusconi. Poi, cronaca e storia hanno mischiato le carte, da calciopoli in poi e le ultime vicende della vendita del Milan hanno ulteriormente trasformato i rapporti tra le due ditte. Juventus e Milan, dunque, sventolano la bandiera italiana nella terra che ospiterà i mondiali del 2022, così come accadde a Torino e Milan giocare la stessa supercoppa a Washington, un anno prima della coppa Fifa statunitense. Anche allora ci furono alcuni equivoci aeroportuali, le due squadre viaggiarono sullo stesso volo, insieme con i giornalisti, ma i rossoneri prenotati in business, addobbati in tuta per il giusto relax, i granata, in economy, con rigorosa divisa ufficiale, abito, camicia, cravatta, scarpe, la qual cosa provocò allergie sul corpo di Emiliano Mondonico, tenuto come un semplice ospite, anche in conferenza stampa. Dettagli divertenti, il campo offre verità diverse, senza fronzoli e beghe goliardiche. Il Milan del nuovo corso è made in Italy, la Juventus di base parla la lingua madre ma alla fine contano anche Higuain e Dybala, Bacca e Suso, gente che arriva da ogni dove e aggiunge qualità, stile, classe al resto della comitiva. Il prodotto italiano viene servito a un orario buono per i qatarioti, un po' meno per noi, le cinque e mezzo di un pomeriggio di un giorno feriale, in pieno fermento natalizio, finirà per dividere mariti e mogli, da qui il football, di là lo shopping, con evidenti crisi contabili famigliari. Ma resta il profumo di una partita che dovrà essere vera, giocata in un piccolo stadio comunque affollato mentre le nostre arene, troppo spesso, sono teatri desolanti, abitati soltanto dai depravati del tifo. Onore al calcio italiano, comunque. C'è una coppa da alzare al cielo, prima di Natale. Un grande regalo per chi la porterà a casa. La solita fame juventina, la voglia di riscatto milanista. C'è molto, tutto, per far cenone all'ora del the.