Sirigu, Jorginho e Thiago Motta misteri del ct

di Tony DamascelliT re cognomi e una stessa domanda: perché? Perché convocare Sirigu e non impiegarlo mai, nemmeno per un tempo, non dico una partita intera? Perché chiamare Jorginho e concedergli, in due incontri amichevoli, un minuto soltanto? Perché convocare Thiago Motta e impiegarlo come se fosse il migliore tra i peggiori centrocampisti italiani di riserva? Antonio Conte non deve rispondere alle domande, lo ha fatto il campo, non soltanto nella partita contro la Germania. Quelli che hanno scritto e detto di Italia vergognosa dimenticano un paio di particolari: il Brasile ne beccò 7 in casa sua e ai mondiali, schierando la migliore Seleçao, fatta eccezione di Neymar. La Juventus, qualche settimana fa, nella stessa Arena ne ha presi 4 ed è uscita a testa alta (balle che non servono a nulla) grazie a Pogba, Morata e altri stranieri di cui Conte non può disporre. Restano in piedi, comunque, gli interrogativi di cui sopra, il portiere che farà la riserva eterna (ma Donnarumma merita un posto per l'Euro francese), il brasiliano del Napoli che appartiene alla categoria dei nuovi oriundi azzurri, roba piccola in confronto ai campioni che ci portarono a vincere le coppe del mondo (un arco che va da Monti a Mumo Orsi fino a Camoranesi) gli altri, da Amauri a Eder a Jorginho appartengono alla categoria attori non protagonisti, decisivi soltanto per i loro procuratori. Così come il caso più evidente, Thiago Motta, un mistero della fede: ha giocato nel Barcellona, nell'Atletico di Madrid, è passato dal Genoa all'Inter, quella del triplete, è finito al Paris Saint Germain ma sfido chiunque a segnalarmi una sua giocata, una sua prestazione degna di cronaca e di storia del signore in questione che spieghi tale carriera. L'Italia di Conte non è quella vista contro la Germania, alcuni rientri (Verratti, Marchisio, De Sciglio, chissà Pirlo) potranno darle ossigeno e qualità ma è anche vero che il cittì si è lasciato andare a una valutazione pericolosa: ha certezze soltanto su 16 azzurri, altri 7 sono in forse. Dunque, dopo due anni di lavoro, il 30 per cento del suo gruppo non è sicuro di andare all'Europeo. Più che un gruppo è un gruppetto. Nemmeno in fuga.