Southgate, il filosofo che sceglie l'eleganza

Umile e mai fuori dalle righe, ha cambiato la squadra. E il suo gilet fa boom di vendite

Febbre da mondiale, passione che fa moda. Quella del panciotto, impeccabile, sempre indossato da Gareth Southgate durante le partite della sua Inghilterra. Dall'inizio della Coppa del Mondo le vendite di quell'indumento sono aumentate del 25% nel Regno Unito. A conferma non solo della popolarità (inevitabile) che lo ha investito in queste ultime settimane, ma soprattutto dell'ammirazione che ha saputo guadagnarsi in pochissimi mesi. Anche tra chi non frequenta settimanalmente gli stadi di sua Maestà. Grazie all'understatement dei suoi atteggiamenti, alla ragionevolezza delle sue dichiarazioni, alla totale assenza di boria o proclami. Disponibile e conciliante davanti ai taccuini come coi tifosi. Un perfetto gentiluomo, altro che «yes man della Federazione», come i suoi non pochi detrattori - oggi irreperibile - lo avevano definito il giorno della nomina a Ct.

È l'autunno 2016, dopo appena una gara di qualificazione Sam Allardyce è costretto alle dimissioni, colpito da un'inchiesta giornalistica che denuncia i suoi oscuri traffici da faccendiere del sottobosco calcistico. Southgate, già ct dell'Under 21, viene promosso ad interim, in attesa che Arsene Wenger sciolga i dubbi se accettare o meno la chiamata della Fa. L'indisponibilità del tecnico alsaziano gli vale un contratto di quattro anni. Evitando scontri e polemiche, gli bastano pochi mesi per liquidare quel che resta della vecchia guardia (Rooney, Hart, Smalling). Una tranquilla rivoluzione che completa lo svecchiamento della rosa. Agevolato da un girone facile centra la qualificazione senza passare dagli spareggi. E in amichevole impatta con Brasile e Germania. Partite mai spettacolari, prestazioni spesso abuliche, eppure il nuovo ct riesce ad entrare nella testa dei suoi giocatori. Passa alla difesa a tre, non esita a far esordire giovanissimi con una manciata di presenze in Premier League. Lo accusano di essere «troppo gentile», l'interessato abbozza. E si limita a sorridere a chi lo definisce «un ripiego di comodo».

D'altronde è il primo a sapere di non poter vantare chissà quale curriculum, giusto tre anni sulla panchina del Middlesbrough. Consapevole dei suoi limiti d'esperienza, non esita a chiamare Pep Guardiola per un consiglio. Senza lasciare nulla al caso. Per abbattere il tabù inglese dagli 11 metri, organizza specifiche sessioni di prova, ricreando in allenamento la tensione da partita. E non è un caso che martedì sera a Mosca, il primo a consolare Mateus Uribe, dopo l'errore decisivo, sia stato proprio Southgate, anche lui in passato protagonista in negativo dal dischetto. Suo l'errore che aveva condannato la nazionale inglese all'eliminazione contro la Germania negli Europei '96. A distanza di 22 anni, la sua redenzione personale è coincisa con la fine di un sortilegio nefasto. «Ho imparato un milione di cose da quell'errore. La lezione più importante è che quando qualcosa va male nella vita, non è la fine». L'abbraccio più lungo, dopo la vittoria sulla Colombia, lo ha riservato alla moglie Alison, e ai due figli Mia e Flynn. In tribuna allo Spartak stadium, ma in posizione defilata. «Dobbiamo sempre credere in ciò che è possibile nella vita, senza lasciarci intralciare dalla storia o dalle aspettative». La saggezza di un preside alla guida di una nazionale che finalmente ha scacciato i fantasmi del passato.