Tre ori e una vita al settantesimo tuffo "I miei voli spensierati non li scambierei"

Da Tokyo a Tokyo, passando per Città del Messico, Monaco e Montreal in un giro del mondo celebrativo dei tanti successi in carriera. Parlare di Klaus Dibiasi è fin troppo semplice, non fosse altro per il fatto che è l'unico italiano, assieme a Valentina Vezzali, ad aver conquistato l'oro alle Olimpiadi in tre edizioni consecutive, dal 1968 al 1976: «Ma tutto è cominciato con l'argento a Tokyo nel 1964 precisa per questo non vedo l'ora di arrivare a Tokyo 2020».

Cosa intende?

«Sarebbe l'ideale chiusura di un cerchio iniziato 36 anni prima. E poi ormai ho una certa età, è giusto pensare anche ad altro».

La sua ultima Olimpiade da dirigente?

«Non lo so. Mi hanno già chiamato da Tokyo: Devi venire, non puoi mancare. Sarebbe un amarcord unico. Per il futuro vedremo».

Oggi intanto sono 70 candeline, un compleanno importante...

«Vero. Però la grinta non mi manca. Sono appena tornato dall'Olanda, dove sono stato ad un corso FINA (la Federazione Internazionale di Nuoto, ndA). La cosa più bella è stato vedere molti giovani tra di noi».

Come vede il movimento italiano?

«In gran salute. C'è chi pensava che dopo Tania Cagnotto e Francesca Dallapé fosse finito tutto, invece abbiamo giovani che sono cresciuti».

Si riferisce alla Bertocchi e a Tocci?

«Esattamente. Penso che possano fare da traino per l'immediato futuro. Poi ce ne sono parecchi altri dietro di loro che devono ancora arrivare, ma il livello è alto».

Questo nonostante gli spazi per i tuffi siano sempre meno...

«Costruire piscine costa, ma gli spazi esistenti sono pochi: a Roma ci sono solo due impianti, al Foro Italico e all'Acquacetosa; a Milano c'è la Cozzi e la Canottieri. Fine. E per l'inverno le città attrezzate sono solo Trieste, Bolzano e Torino».

Ai suoi tempi com'era la situazione?

«Di certo non migliore, però per fortuna io ho vissuto i tuffi come un hobby più che una professione, anche se poi a Montreal '76 il livello si è alzato notevolmente».

Più hobby che professione...

«Certo. Inizialmente per noi sportivi non poteva essere un lavoro perché non c'era remunerazione, attualmente le cose sono molto diverse; c'è un pò di invidia a riguardo, però ho ottenuto soddisfazioni che non farei cambio con i tempi moderni».

Quindi meglio i suoi, di anni?

«Erano più spensierati, io e Giorgio (Cagnotto, ndA) dividevamo addirittura le ferie; d'inverno facevamo sci e ricordo che il Coni ad un certo punto ci disse: Avete una grande responsabilità, state attenti. Ma noi ribattemmo Sono fatti nostri. Oggi tra sponsor e altro ci sono più obblighi... ecco, penso proprio che la mia forza sia stata il non sentire tanto la responsabilità».

Neanche a Montreal, dopo due ori olimpici consecutivi alle spalle?

«Volevo essere primo a tutti i costi ma senza sentirne il peso; anche se oggettivamente nel 1976 difendere l'oro divenne più difficile. C'era tanta concorrenza, come quella di Louganis, la responsabilità la sentii eccome sulle spalle».

Tre medaglie d'oro, quale ricorda con più passione?

«La prima, fu un exploit per tutti, anche per Bolzano e l'Alto Adige. E poi l'ultima, la più sofferta con lancinanti dolori ai tendini; una gara che vinsi con l'esperienza».

Come descriverebbe il rapporto con Giorgio Cagnotto?

«Siamo rimasti amici, non abbiamo mai avuto grandi screzi; ancora oggi ci vediamo spesso, facciamo le vacanze assieme, è proprio una bella amicizia. È stato sempre un avversario da battere, riferimento importante per raggiungere i miei traguardi».

Il più forte dei due?

«Lui dal trampolino, sicuramente; ma io dalla piattaforma ero imbattibile (ride...)».