Gli Stati Uniti nascosti nel villaggio blindato rinnegano la bandiera

Niente stelle e strisce sul palazzo americano. L'olimpiade qui è attesa ma anche paura

Il Presidente del Cio Thomas Back sul balcone del proprio appartamento al villaggio olimpico

Building 20, tutto cemento che sale su come se fosse un abbozzo di alveare. Non ha colori. Non ha segni di riconoscimento. Non ha bandiere. Gli altri hanno tutti una faccia e un nome e i drappi che scendono dal cielo. Qualche metro più in là c'è la Germania, poi l'Australia, prima la Croazia, la Francia ferita e appena dietro si scorge l'Arzebaigian che si specchia nel Kazakistan. Niente stelle e niente strisce, invece. L'America ha ammainato la sua bandiera. Dietro la porta a vetri un vigilante fa la guardia, seduta davanti all'ingresso c'è una signora dell'ufficio stampa statunitense. Qualcuno chiede: "Perché?". Alza le spalle: "Non c'è un motivo". La guardi, quando gli altri sono andati via. Dici: "Davvero?". Sorride e fa uno sguardo, alzando le palpebre, come a dire: "Perché vuoi farti prendere per i fondelli?". Ripeti: "È per paura?". Ti liquida con un gesto della mano: "Come on".

Polvere. Polvere che brucia gli occhi. Polvere dei cantieri che corre, salta e prende a pugni il tempo. Rio de Janeiro 2016 è ancora questo, frenesia e attesa. La chiamano Olimpiade, ma adesso è una vaga promessa, come una festa sospesa, con il vento che soffia su tutto e ancora non ti dice da che parte andrà. Si sente qualche nota qua e là, un accenno di inno nazionale, il resto è silenzi e sussurri e il ronzio degli elicotteri che sorvegliano giù. Tutto può accadere.

Il cuore di questo spazio bianco è il villaggio olimpico, un non luogo, un sospiro di malinconia, come chi ci prova a proteggersi dal mondo. Quelli che vedi sono frammenti di utopia, la ragazza tunisina del mezzofondo che cammina orgogliosa dei suoi short rossi, i sermoni di don Mario Lusek alla terza olimpiade estiva da cappellano, il sorriso smarrito di Karin Knapp: "Che si fa qui la sera? Sono appena arrivata. Questa è la mia prima Olimpiadi e tu?". Poi arriva Barazzutti di corsa e la porta via. Raccontano che le guardie all'ombra delle palazzine stanno attente ai vestiti, guardano, codificano, riconoscono i segni della moda. Se sei vestito o vestita alla greca e finisci sotto l'insegna della Turchia, o viceversa, c'è qualcosa che non torna. È successo l'altra sera sotto il Brasile time, che qui pronunciano strascicando la t fino a farla suonare c, a un atleta francese. La risposta che era lì per amore non è bastata.

L'Italia è al building 20, sta lì con tutte le bandiere, e condivide lo spazio con una manciata di Montenegro e un pezzo di Romania. Le stanze delle ragazze del tennis tavolo non hanno finestre, solo zanzariere pesanti come muri, qui però la paura ha il ronzio della zika. Questo posto, il villaggio, sembra un sogno fuori tempo, come un paradiso perduto. È forse è questa la malinconia che si sente negli sguardi. Passano Galiazzo, con la stessa faccia che non invecchia mai, Nespoli e l'esordiente David Pasqualucci. È la squadra italiana del tiro con l'arco. Sono qui per difendere l'oro e sono giorni che si allenano centrando bersagli. "Abbiamo provato anche con i pokemon. Ma qui non ci sono". Scherzi da nerd.

La storia più dolce la racconta Luciano Buonfiglio, presidente della federazione italiana di Canoa, che sogna ancora certe notti a Montreal nel '76. Notti da atleta e rimpianti di gioventù. Racconta di Stefania Horn che è qui per amore. Nel 2013 le ha chiesto se voleva andare alle Olimpiadi, non da tedesca ma da italiana. "Sono pronta per Rio". "Rio? Ma veramente pensavo a Tokio 2020". "Tokio? No, prima Rio". "Allora sposati subito". Stefania era ed è innamorata del fratello di Giovanni De Gennaro, altro canoista. Si chiama Riccardo e da due anni è suo marito.