Sua Maestà che flop. L'Europa non è Premier

LondraSosteneva Agatha Christie che “un indizio è un indizio, due sono una coincidenza, ma tre fanno una prova”. Con tutta probabilità non si riferiva al flop europeo delle squadre inglese. Eppure la maestra del giallo non si sbagliava. La campagna d'Europa dei club di Sua maestà è già terminata. Conclusasi sotto una gragnola di reti a Kiev dove anche l'Everton, l'ultimo baluardo del calcio d'Oltremanica, ha ammainato bandiera bianca. Addio Europa League. Prima di lei, più illustri rappresentanti del campionato più ricco erano mestamente uscite di scena dalla coppa più prestigiosa. Un en plein fallimentare in Champions League, fuori tutte quattro prima dei quarti di finale. Come già capitato due stagioni fa. Solo tre volte, nelle ultime quattro annate, club inglesi hanno raggiunto le ultime otto d'Europa. Un rilievo statistico stupefacente se confrontato ai fatturati generati dalla Premier League. La lega calcistica che ha appena firmato un nuovo contratto per la cessione dei diritti tv da oltre sette miliardi di euro nel prossimo triennio.

Un invidiabile premio di consolazione che rende però ancora più inspiegabile - almeno all'apparenza - questo fiasco internazionale. Appaiono lontanissimi i tempi in cui le inglesi erano le squadre da battere. Tra il 2005 e il 2012 in sette finali di Champions (su otto edizioni) è arrivata almeno una rappresentante dell'Isola. Nel 2008 a Mosca avrebbero potuto suonare God save the Queen, come si usa a Wembley prima della finale di Fa Cup: un epilogo tutto inglese vinto ai rigori dal Manchester United sul Chelsea. È della squadra di Roman Abramovich l'ultimo squillo internazionale, il trionfo (eufemisticamente “inatteso”) di Monaco contro il Bayern. Da allora, solo delusioni. Puntualmente bissate, ma questa non è una novità, dalla nazionale di Roy Hodgson.

In questi giorni i media locali - univoci nel ritenere i risultati non più episodici, ma parte di una tendenza più ampia - si sono scatenati nell'analisi delle possibili cause. A cominciare dallo sfinimento di un calendario tradizionalmente ingolfato dalle due coppe nazionali, e senza pausa invernale. Poi c'è la suddivisione equa dei diritti tv, che garantisce anche all'ultima classificata cifre astronomiche (con il nuovo contratto oltre 100 milioni). Un livellamento verso l'alto che costringe le big a giocare sempre al massimo per ottenere i tre punti. Anche perché nel frattempo i fuoriclasse - quelli che sanno vincere le partite da soli - sono emigrati altrove, in Spagna (Ronaldo, Bale, Suarez), in Germania (Robben), in Italia (Tevez).

I protagonisti della Premier oggi sono cavalli di ritorno (Fabregas), campioni incompiuti (Di Maria, Sanchez, Ozil), beniamini locali (Rooney). Un impoverimento invisibile quanto erosivo che si riflette sul ranking Uefa: seconda dietro la Spagna, l'Inghilterra non solo è a rischio sorpasso da parte della Germania, ma nel giro di un paio di anni, se non ci sarà una brusca sterzata, rischia di perdere anche la quarta squadra in Champions. Oltre la debacle sportiva, un'umiliazione per il sistema calcio di Sua maestà.