È al suo quinto, il quarto consecutivomister scudetto

di Davide Pisoni
Mister Scudetto è Andrea Pirlo. Una volta era Zlatan Ibrahimovic perché chi aveva lo svedese vinceva il campionato. Poi il fuoriclasse bresciano, scaricato dai rossoneri dopo la conquista del titolo, iniziò un'altra storia. In bianconero ha cucito sul petto tre tricolori, calando un poker consecutivo da sogno (lui ne ha vinti cinque). Chi ha Pirlo domina la Serie A, è un dogma dettato a suon di punizioni. Quattro gol in questo campionato, tutti e quattro da fermo.
Il primo è il segnale che sarà un'annata speciale. Segna per la prima volta alla sua ex squadra: a Torino con il Milan in vantaggio, sistema subito le cose. In tre anni si era già tolto parecchi sassolini, ma quella è la chiusura di un cerchio, di una storia passata della quale a Torino si è portato solo il numero 21. Segno del destino perché in bianconero prima di lui lo portò un certo Zinedine Zidane. Numero all'apparenza insignificante, suggerito da Sandro Mazzola ai tempi dell'Inter. Tanto lui il 10 ce l'ha tatuato sulla pelle a suon di punizioni, 42 segnate in carriera (25 in A) come quella del momentaneo 2-0 con cui spezza i sogni scudetto del Napoli già a novembre, un prodigio per tecnica, precisione e potenza. E poi c'è la Punizione, quella con la P maiuscola perché fa rima con scudetto, lo ha detto lui stesso. E' l'alba della primavera, la Juve soffre come poche altre volte a Marassi contro il Genoa, Buffon para anche un rigore e allora Pirlo nel finale pennella la traiettoria tricolore. La firma d'autore di Mister Scudetto, colui che quando Antonio Conte sbarcò a Torino si ritrovò suo malgrado in casa. Pirlo (e Vidal) lo obbligarono a rinunciare al suo 4-2-4.
Perché avrà pure uno sguardo per molti “addormentato” e un cognome, nonostante una vocale, che presta il fianco alla facile ironia, ma lui è il calcio. In campo è sveglio e soprattutto non è un “pirla” come invece lo chiamava Hodgson all'Inter. Professionista maniacale, ma gli piace scherzare come quando a Cagliari lo scorso gennaio dopo la sostituzione scimmiotta Conte con Pepe. Un rischio calcolato in una stagione in cui per la prima volta è finito al centro del gossip: la separazione e una nuova compagna. Inedito per uno schivo e riservato.
Forse anche questo segnale di un'annata diversa in cui ha mantenuto fede definitivamente alla sua promessa nell'estate del 2011: “Mi piace vincere le sfide difficili: ho tanta voglia di riportare questo club ai vertici. Per farlo serve la mentalità giusta, personalità e voglia di imporsi, altrimenti gli altri ti mangiano”. Aveva da farsi perdonare un lancio dei suoi (40 metri) che dieci anni prima costò uno scudetto ai bianconeri, aveva la maglia del Brescia e mandò in porta Baggio. Una “colpa” ripagata tre volte. A dire il vero ce n'è un'altra europea: la Champions del 2003 vinta con il Milan proprio contro i bianconeri. In questa stagione è andata male, ma non è un caso che lui nella stregata Istanbul non fosse in campo per colpa di un infortunio al ginocchio. Ha provato a rifarsi cullando il sogno Europa League con due punizioni, e come se non così, a Fiorentina e Lione, prima di sbattere sul Benfica. Non a caso è il prossimo obiettivo per il quale ha rinnovato il contratto con la Signora per altri due anni. Un debito da saldare che lo farebbe entrare definitivamente tra le leggende bianconere e magari alzare quel Pallone d'oro che gli spetterebbe di diritto. E il nuovo ciclo della Juventus riparte da lui anche perché Pirlo sa come si vince una Coppa Campioni. Oltre agli scudetti.