Tiki taka e Diego Costa La Spagna si affida allo spagnolo per scelta

Tanti leziosismi, ma senza i gol del brasiliano atipico nessuno metterebbe la palla in rete

Matteo Basile

Quanto è bello il tiki taka. Quanto è piacevole vedere la palla girare di qua e di là, e poi ancora di qua e ancora di là. Bello eh, ma dopo che noia. Sbadigli. Ma soprattutto bisogna arrivare a concretizzare il possesso palla, evitare che sia una boriosa dimostrazione di capacità tecnica. Perché le partite si vincono con i gol, non con le percentuali di dominio. E allora, cosa c'è di meglio di avere una squadra votata al tiki taka e un attaccante che non c'entra nulla ma che sa far gol? Per informazioni citofonare Spagna. Tutti giocano il calcio bailado, Diego Costa è l'omaccione brutto e cattivo che prende palla e fa gol.

Quando vedi la Spagna sembra quasi di giocare al celebre Trova l'intruso della Settimana Enigmistica. Iniesta, Isco, Busquets, Silva e compagnia giocano tutti palla a terra e con trame costruite e articolate. Poi, in caso di difficoltà, palla lunga al bestione mezzo brasiliano che trasforma in ora quello che tocca. Chiedere al Portogallo di CR7. Un gol di potenza pura senza disdegnare la tecnica nel diagonale, uno di rapina pura sotto porta, da centravanti classico. Già, proprio quello che è sempre mancato alla Spagna, nonostante i successi dell'ultimo decennio. Dopo la doppietta al Portogallo, domani cercherà di replicare con il più modesto Iran. Lui, un po' underdog alla vigilia, potrebbe davvero essere l'arma in più di Hierro, il ct per caso che punta sullo spagnolo per scelta.

«È stata una decisione difficile quella di scegliere la nazionale spagnola invece di quella brasiliana, ma tutto ciò che ho ottenuto nella mia vita è arrivato grazie a questo Paese. Vestire questi colori è un onore per qualsiasi giocatore e io darò tutto sul campo», aveva detto 5 anni fa quando tra notai e giuramenti diede il via libera alla possibile convocazione con la Spagna rinunciando a quella del Brasile che pur lo voleva. Tanto che nella patria del futebol si scatenò una polemica mica da ridere, con Diego Costa accusato di essere un traditore e un mercenario che aveva fatto la sua scelta soltanto per non meglio precisate ragioni di denaro. Fatto sta che questo ragazzone di quasi un metro e 90 con la faccia cattiva gioca nella Spagna e può fare anche la differenza.

Potente ma con buona tecnica, agile nonostante l'altezza, a volte all'apparenza un po' sgraziato, è il classico centravanti vecchia maniera. Protegge la palla come pochi, si gira in un metro ed è freddissimo sottoporta. Il tipico giocatore per cui vale l'assunto «Fa reparto da solo». E con giocatori tecnici e veloci come quelli di cui dispone la Roja può davvero diventare devastante. Spagnolo per scelta, calciatore quasi per caso. Lui che ha cominciato a giocare seriamente piuttosto tardi, a 16 anni nel Barcelona Esportivo Capela de Ibiùna. Prima di allora giocava solo per strada nel paesino brasiliano di Lagarto, come migliaia di altri bambini che sognano il Mondiale. L'ingresso in una società per le insistenze dello zio che ne aveva visto il talento, i primi gol, lo Sporting Braga che lo porta in Portogallo prima di attirare l'attenzione dell'Atletico Madrid che lo manda in prestito sino al 2013 quando esplode, anche per la sua caratteristica di non mollare mai e inseguire sempre la palla con grinta e cattiveria agonistica. Tanto da meritarsi l'etichetta di cattivo, spesso nel mirino di arbitri e avversari. «Io gioco così, non mi faranno cambiare idea. E poi al fischio finale finisce tutto, ci si stringe la mano», ha detto.

Con la sua grinta e i suoi gol la Spagna sogna il bis Mondiale dopo il 2010. Perché va bene il tiki taka ma se Diego Costa la mette dentro va bene, benissimo, anche se è brutto, cattivo e anche un po' intruso.