Tom, dieci metri di magia Si tuffa con le ceneri di papà

nostro inviato a Londra

Tom in realtà si chiama Harry. Non può che chiamarsi Harry. Deve chiamarsi Harry. Perché Tom Daley è Harry Potter. Perché la realtà di questo figlio inglese della porta accanto è come un fantasy. C'è la sua vita a raccontarlo. Ci sono le cattiverie altrui a ricordarlo. C'è il dramma familiare a sottolinearlo. Ci sono, soprattutto, le battaglie a sancirlo. Quelle vinte. Quelle perse. Tom è nato col potere magico di tuffarsi da più in alto che si può, da quei dieci metri di paura e talento e acrobazia con addosso, nascosta fra i muscoli, solo la bacchetta del talento che può trasformare la vita in un sogno. Come Harry Potter, Tom ha gli occhi grandi, lo sguardo pulito; come Harry sa bene cosa voglia dire perdere le persone amate; come Harry ha qualche amico e molti nemici giovani quanto lui pronti a sgambettarlo. Non porta gli occhiali come Harry, però. Tuffandosi dal cielo è vivamente sconsigliato.
Tom Daley ed Harry Potter. Maghetto dello sport uno, maghetto della fantasia l'altro. Più o meno stessa età. Tom diventa Tom nel 2008, quando il mondo scopre un bimbo faccia pulita di 14 anni che si tuffa da dio e sono trionfi, sono successi, sono titoli, copertine, sono olimpiadi, Pechino, a 14 anni, settimo posto. Ragazzino prodigio urlano i sudditi di Sua Maestà e Tom inizia a diventare Harry. Come il maghetto torna a scuola nel suo college e come il maghetto ha pochi amici, «quattro, a cui sono molto legato» dirà. Ma quattro sono pochi e saranno guai. Sfottò, spintoni, insulti. Prima di un gruppo ristretto «poi hanno cominciato altri» confiderà lui. La magia del talento in lotta contro il male dell'invidia. All'Eggbuckland Community College di Plymouth gli atti di bullismo si ripetono, fino al giorno in cui non sono più solo spintoni e sfottò. «Adesso ti spezzo quelle gambe preziose» gli dice il più grande della gang. E a quel punto papà Rob e mamma Debbie gli cambiano scuola. Basta un colpo di bacchetta.
Strana Inghilterra, strana gente, strana new generation. Chissà se capiterebbe mai da noi? È difficile anche solo immaginarlo: c'è un piccolo eroe che torna dalle olimpiadi, un ragazzino che da lì a poco vincerà i mondiale, il più giovane di sempre, a Roma, casa nostra. C'è insomma un compagno nostro che per disciplina pratica uno sport affascinante, pericoloso, un ragazzino che non se ne va in giro tronfio come certi atleti, un Harry Potter per l'appunto. E i compagni che fanno? Lo prendono di mira anziché chiedergli autografi. «Fuori ho un sacco di fan» dirà lui ai giornali, «ma dentro è l'esatto contrario: mi odiano. Tutto è iniziato tornando dalle olimpiadi… Ho provato a ignorarli, ma niente. A un certo punto si sono aggiunti anche i ragazzi più giovani. Sono arrivato al punto di non uscire di classe all'intervello» confiderà a più riprese.
Tom è diventato definitivamente Harry Potter l'anno scorso, quando ha scoperto che suo padre, il babbo allenatore che era tutto nella vita e nello sport e nei tuffi, «come on Tom, come on Tom, give me an hug, andiamo, abbracciami» - interruppe così una conferenza stampa daddy Rob -, ecco, questo papà gli aveva tenuto nascosto il tumore al cervello inutilmente e segretamente curato anni prima. Fanno 14 mesi in questi giorni. Tanto è passato da quando papà Rob non c'è più. «Però è con me, e fa un po' effetto pensare alle sue ceneri qui dentro, accanto» sorride a braccetto con la tristezza e il ricordo, mostrando una piccola urna color crema grande come un porta zucchero. Zucchero e ricordi di un vita sempre con lui. Però adesso il sogno: «Conquistare l'oro nei Giochi di casa 2012, l'obiettivo più importante, che per me significa tutto… E spero proprio che papà mi guardi. Ovunque sia». Un po' favola, un po' tristezza, un po' magia.