«Al Tour come zio Francesco ma con la maglia tricolore»

FondoCorrerà sulle strade di casa, per inseguire una maglia che lo renderà riconoscibile per un interno anno, lui che per via di quel cognome, inosservato non c'è mai passato. Moreno Moser oggi sulle strade del Trofeo Melinda (Malé-Fondo, 229 km), valevole quale prova unica del campionato italiano professionisti, proverà a vestirsi di tricolore, obiettivo che l'ultimo rampollo della dinastia più prolifica del ciclismo italiano e forse del mondo si è posto fin da questo inverno. «È una corsa che sento profondamente - ci spiega Moreno, 22 anni, secondo al Melinda e terzo all'italiano un anno fa -. La corsa è dura, selettiva, la maglia in palio è di quelle che incatenano il cuore. Lo so, lo zio ne ha vinte tre, io mi accontenterei di cominciare a vestirne una».
È nato il giorno di Natale del 1990 l'ultimo rampollo della famiglia Moser. Nipote di Francesco, figlio di Diego e fratello di Leonardo e Matteo, anch'essi con un breve e impercettibile passato da ciclisti, Moreno Moser discende da una grande famiglia di corridori: suo zio Aldo corse da professionista per quasi 20 anni (1954 -1973), anche suo padre Diego fu un ciclista professionista senza lode e senza infamia, come pure l'altro zio Enzo ed il più celebre zio Francesco, il ciclista italiano più vincente di tutti i tempi. Incomincia a gareggiare nel 2007 da juniores con la maglia dell'U.S. Montecorona Moreno e vince tanto e bene nelle categorie giovanili, anche due tappe al Giro d'Italia che gli spalancano le porte del professionismo. Alla sua prima gara nella massima serie, a soli 21 anni, vince il Trofeo Laigueglia. «Mai vinta dallo zio Francesco…», precisa malizioso il nipotino rampante. Poi arriva la vittoria al Gran Premio di Francoforte e due tappe e la classifica finale al Giro di Polonia: mica male per un ragazzo al primo anno da professionista. E «se è per questo la mia prima esperienza nella massima serie si è anche conclusa con la maglia azzurra da titolare ai mondiali di Valkenburg - dice orgoglioso -. Ecco, mi piacerebbe rivestire l'azzurro anche a Firenze (29 settembre, ndr), dove quest'anno si disputeranno i campionati del mondo».
Quest'anno ha conquistato la Strade Bianche, diventando il primo ciclista italiano a trionfare nella corsa senese, poi si è perso un po'…
«Dopo il successo all'Eroica mi sono gasato un po' troppo e per le alte ambizioni, che mi sono costruito io in primis, mi aspettavo un pochino di più. Dalle Ardenne sono tornato a casa a mani vuote, non mi aspettavo di vincere ma speravo in un buon piazzamento».
È tosto Moreno, non ama raccontarsela e punta dritto verso i suoi obiettivi. Ma sa anche che sulla sua strada troverà tanta gente agguerrita, ad incominciare da Franco Pellizotti, che vuole rivincere il titolo conquistato un anno fa, ma lo stesso sperano di fare Diego Ulissi, Michele Scarponi e Damiano Cunego. Non ci sarà, invece, Vincenzo Nibali, il simbolo del ciclismo italiano nel mondo.
Troverà rivali agguerritissimi.
«Io so di essermi preparato a puntino. Ma come in tutte le cose occorre avere anche un pizzico di fortuna. Non si può certo però crocifiggere Nibali se dopo aver stravinto il Giro ha deciso di tirare il fiato…».
Nibali non sarà al via nemmeno del Tour sabato prossimo da Porto Vecchio (Corsica), lei sì: dopo 38 anni un Moser torna alla Grande Boucle.
«Lo zio disputò un solo Tour nel 1975. Aveva 24 anni. Vinse due tappe e concluse 7° in classifica generale con la maglia bianca di miglior giovane sulle spalle. Io vado in Francia per imparare, ma a Parigi ci vorrei arrivare con la maglia di campione d'Italia».
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