Gli ottanta fischi del Trap

Trapattoni, 80 anni di leggende dal mediano che fermò Pelè al grande ciclo della Juve L'italianista che stregò i tedeschi

A veva ragione Dino Risi: l'importante è arrivare agli ottanta anni. Dopo, è una passeggiata. Così anche Gioan Trap, al secolo Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino, celebra l'evento, sentendo addosso, e appresso, l'affetto della sua famiglia che, grazie alla moglie, Paola, ha rappresentato il suo club privato, preferito, esclusivo, unico. La storia di Trapattoni è una fetta grande della storia del nostro calcio, anzi del suo football, il pallone fatto con la vescica di maiale, i pali rettangolari delle porte, le ginocchiere, l'olio canforato, il chewing gum, le figurine Panini, Tutto il calcio minuto per minuto, la segatura nell'area di rigore di San Siro, Pelé, le Olimpiadi, il servizio militare, il tram da Cusano a Milano, il filobus, infine il Redaelli, ultima stazione felice prima di incominciare la grande avventura.

Dietro quegli occhi celesti e vivissimi c'è sempre stato uno spirito genuino, fresco, giovanile, un uomo bambino e un bambino uomo nati nella fatica e nella normalità della periferia milanese e poi cresciuto, maturato nella metropoli, non soltanto cittadina, dunque il Milan, dunque la Juventus, eppoi l'Inter e la Fiorentina, il Cagliari e ancora il fussball glorioso e vincente del Bayern di Monaco di Baviera (primo allenatore italiano a vincere la Bundesliga) o breve e negativo dello Stoccarda, quello austriaco del Salisburgo, il portoghese del Benfica, la nazionale italiana, quella irlandese di Dublino, eroe di più mondi ma sempre uguale a se stesso, adattandosi ai cambiamenti ma sapendo conservare valori e fede nei riferimenti antichi, solidi, magari innaffiati dal repertorio che è diventato un classico, l'acqua benedetta e, da lì a poco, un orco zio, non dire gatto se non ce l'hai nel sacco titolo del libro autobiografico scritto con Bruno Longhi (giornalista superato dai nuovi arruffapopolo televisivi e amico di sempre di Giovanni) o Ciau Ninetta, Was erlaubt sich ein Strunz?, come si permette uno Strunz?

Tutta roba bella fresca che appartiene al Trap e che ne ha fatto il parente di tutti, da invitare a cena, mica da uno chef stellato ma in trattoria, perchè, seduto a capotavola, raccontasse di quella volta là che fermò O Rey «ma non è vero, lui stava male e si fermò da solo» o quell'altra volta che scambiò l'aggettivo mendace, riportato nei suoi confronti in un commento da un cronista romano, con mendicante («io ho fatto tutti i mestieri nella mia vita ma non ho mai chiesto l'elemosina», fu dura ma, nello stanzino del suo spogliatoio, riuscii a spiegargli l'equivoco, così fermandolo prima del confronto scontro). O quella mattina in cui invitò Giovannino Alberto, figlio di Umberto, che si allenava con Platini, Boniek e gli altri a Villar Perosa, a tornarsene dal padre padrone perchè con le pruriginose memorie notturne di Costa Azzurra, distraeva ogni mattina, a colazione, la truppa al lavoro.

Questo è stato Giovanni Trapattoni, mediano incontrista, scriveva un altro grandissimo Gioàn, Brera (che, però, chiamava Gioanìn, il Trap), ordinato, diligente, attento, caparbio, così, anche in seguito, da uomo di panchina, voluto al proprio fianco da Nereo Rocco che ne aveva intuito il fiuto e l'applicazione, strappato a Torino da Boniperti con il quale convisse anni tredici con una frase che racchiude l'intelligenza, l'umiltà, la saggezza: «Quattro occhi vedono meglio di due», in risposta a chi lo accusava di farsi dettare la formazione dal grande capo. Giovanni Trapattoni non è mai stato scoperto e compreso per quello che davvero è stato. Perchè gli è stata appiccicata addosso l'etichetta di italianista, catenacciaro, difensivista, veterotatticista, tutta roba buona per la propaganda d'opposizione, per scoprire poi e ricordare che una delle sue Juventus, quella del maligno Heysel, schierava, nei cinque ultimi d'attacco, Briaschi-Tardelli-Rossi-Platini-Boniek, non proprio la linea Maginot.

A ottanta anni si vive di ricordi, il tempo viaggia stranamente e maledettamente più veloce, ogni giorno si fa breve eppure Trap resta forte nei cuori milanisti, juventini e interisti, ha lasciato affetti a Firenze, così a Cagliari e lo sognano a Monaco di Baviera, ne parlano a Lisbona e in Austria, lo ricordano nei pub di Dublino. Aveva ragione Dino Risi, l'importante è arrivare agli ottanta, poi è una passeggiata. La vita può essere racchiusa come tre settimane di ferie: le prime due sono state bellissime, piene di sole. La terza si preannuncia nuvolosa. Buona passeggiata, Giovanni.