Le tre fatiche di Thohir curva, mercato e vittoria

Il primo derby di Thohir è un gran pasticciaccio. Non proprio esaltante per un presidente appena arrivato (chissà non sia già pentito), che si è fatto una settimana di vacanza in Italia inseguito da tutti i problemi dell'Inter, che non ha ancora vinto una partita in campionato, che si ritrova con la curva dei suoi ultras chiusa, la necessità di vendere (Guarin) prima di comprare e di giocarsi il derby sul mercato per Naingollan. Aggiungete che il magnate si è portato il nemico in casa: il numero uno della società di comunicazione da lui scelta, qui in Italia, è autentico tifoso milanista. Fatto comprovato da testimoni di antica conoscenza. Per Thohir, che punta tanto sulla comunicazione, quasi una beffa. Ma anche all'Inter la Comunicazione non lo sta aiutando nella sua operazione simpatia. Per altre ragioni, però.
Già, ma il primo derby non si scorda mai: quindi vale tutto. La statistica, dal dopoguerra in poi, parla prevalentemente a vantaggio del presidente esordiente. Anche se i problemi di oggi sono altri. Thohir ha già imparato che tutta la colpa è sempre dell'arbitro: glielo hanno spiegato i suoi dirigenti e lo ha fatto spiegare Moratti agli scriventi fedeli del suo pensiero. La scelta del fischietto -derby, però, è incoraggiante: toccherà a Mazzoleni che l'anno passato, nell'ultima sfida, non combinò guai. Nella scelta avranno fatto effetto mugugni e accuse dopo la partita con la Roma. Nell'ottica dei grattacapi c'è anche il problema della curva chiusa. Oggi, alle 13, l'avvocato interista Angelo Capellini sosterrà la tesi difensiva per chiedere la revoca del provvedimento. Ieri pomeriggio si era diffusa la voce che il prefetto di Milano avesse ordinato la riapertura per motivi di ordine pubblico. Una decisione che ci poteva stare per evitare un brutto ricordo del derby natalizio. La prefettura ha smentito, ma non è detto che l'idea non venga riproposta oggi dopo la decisione della Corte di Giustizia federale. L'Inter porterà tre argomenti a sostegno della revoca: il club non può essere considerato recidivo per la prima sanzione (dopo Torino-Inter) non ancora passata in giudicato, in quanto sospesa dopo il ricorso in appello. I tifosi interisti (327), accusati per i cori, erano davvero pochi rispetto ai 7500 abbonati che sarebbero colpiti dalla sanzione e i cori non erano totalmente recepibili da tutto lo stadio. Poi ci sarebbero anche dei tecnicismi circa i tempi in cui la sanzione va scontata.
Difficile pensare che il giudice d'appello possa sconfessare in pieno il giudice sportivo Tosel, nonostante le accorate di Galliani, del presidente del Coni Malagò ed anche dell'ex prefetto milanese, Achille Serra. Ci potrebbe essere l'escamotage di un supplemento di indagini per dilatare i tempi. Sennò Tosel dovrebbe dimettersi. Che ci starebbe a fare a quel punto? Più facile che, in ultima istanza, intervenga il prefetto dopo la definizione della pena. E salvi la faccia a tutti, anche a questa maldestra legge.
Ecco, Thohir avrà già capito in qual mondo è capitato e la sua idea di gestire l'Inter soltanto come una azienda da risanare avrà subito fiere disillusioni anche ieri, dopo la riunione di mercato con Branca e Ausilio: l'operazione Guarin si è complicata, il derby per Naingollan non è una grande idea, e l'Inter ha assoluto bisogno di comprare, quindi di spendere. Si, Thohir ha bisogno come l'aria di un derby da vincente. Non può rischiare di vedersi appiccicate fastidiose etichette, dopo tre pareggi e una sconfitta. Fra i suoi predecessori solo Fraizzoli impiegò quattro derby (1-0 nel marzo 1970, gol di Corso) prima di vedere un successo in campionato (perse il primo). La prima volta fu in coppa Italia con un pari. Angelo Moratti vinse il primo derby di campionato ma perse il primo in assoluto: 6-4 (11 settembre 1955) in amichevole. Si parlò di difese frivole, come quelle di oggi. Ernesto Pellegrini si fermò al pareggio, Massimo Moratti vinse e Facchetti perse. Thohir potrebbe aver trovato la soluzione: oggi andrà a incontrare la squadra, domani sarà al derby Primavera. Chissà che i ragazzini non lo tolgano dall'imbarazzo.