A Rio facce da schiaffi e facce da incorniciare

L'abbraccio di Detti a Paltrinieri, l'ultimo tuffo di Tania, l'immensità di Bolt e Phelps

nostro inviato a Rio de Janeiro

L'olimpiade è come l'urna truccata di un'estrazione. La mano s'infila dentro, preleva la pallina o il fogliettino, la apre o lo dispiega e il risultato è sempre lo stesso: una storia. Nel trionfo come nella sconfitta, nell'esaltazione come nello sputtanamento. Troppi popoli, troppe genti, troppa fatica, troppi allenamenti, troppe sofferenze, troppe privazioni, troppe aspirazioni, troppe sfide vinte o perse. L'olimpiade è una grande guerra senza morti e feriti fatta di mille battaglie e guerrieri e guerriere che alla fine diventano tutti eroi.

La mano nell'urna, la pallina che si apre ed ecco uscire il nome di Gregorio Paltrinieri. Il ragazzo non è stato grande, anzi grandissimo, solo perché ha vinto l'oro. Parafrasando le sue parole, quando raccontava che i 1500 metri della gara sono nulla rispetto ai 18 chilometri di nuoto al giorno, la sua impresa non è stata vincere l'oro ma vincerlo dopo aver gestito mesi e mesi di vigilia da predestinato a quell'oro. Ci vuole una testa grande così per affrontare una stagione simile e non sbagliare nulla. La mano nell'urna e Gregorio esce ancora, stavolta in compagnia, stavolta con Gabriele Detti. L'eterno secondo diventato primo per numero di medaglie pesanti messe nel costume: bronzo nei 400, bronzo nei 1500. Escono insieme Gabry e Greg perché è così che l'Italia li ha percepiti. Quell'abbraccio in acqua ha commosso e intenerito le famiglie del Paese perché è quel gesto, sono quelle espressioni che ogni genitore vorrebbe vedere nei propri figli.

La mano nell'urna e c'è Fede Pellegrini. La nostra portabandiera. I suoi 200 dovevano essere la gara dell'addio, sono diventati quelli del pianto e gli occhi lucidi e dell'arrivederci forse sì e forse no. Francamente non si è capito. Francamente, forse, non c'è neppure bisogno di capire. Lasciamola fare. Ne ha diritto. Federica ha dato tutto, ha preso molto, le dobbiamo parecchio. La mano nell'urna ha cercato inutilmente altri del nostro nuoto. Meglio che si diano da fare: Luca Dotto ha mancato la finale dei 100, le altre ragazze mai esistite. Non come certe fanciulle che non solo sono esistite ma hanno scritto la storia di questi Giochi e scriveranno quella del nuoto che verrà. Come Katie Ledecky. La miliardaria americana, con papà e zio che più ricchi non si può, che alla pappa pronta e alla vita patinata ha preferito sudore e bracciate e palestra e adesso è lei, una donna, l'erede di Phelps. Cinque medaglie, quattro d'oro e due record del mondo. E si diceva di Michael Phelps. Nell'urna ci sta ingombrante, lui a braccetto con Usain Bolt: 6 medaglie e cinque ori per il Michele che si ritira dopo essere appena ritornato; nove ori in tre olimpiadi di fila e tutti nel triplete 100, 200 e staffetta per il giamaicano. Ma sappiamo tutto di loro, in fondo ci avrebbero stupito del contrario.

Sappiamo invece poco di Marco Lingua, atleta del martello. Di nuovo all'olimpiade dopo Pechino, di nuovo fuori dalla finale come a Pechino, di nuovo con tre nulli come a Pechino, di nuovo Signor Nullo un po' amato e un po' preso in giro che spiazza tutti dicendo la cosa più vera e però che un atleta in fondo non dovrebbe mai dire: «Sento troppo la gara». Da abbracciarlo. E però non convocarlo più.

La mano nell'urna potrebbe toccare piattelli e polvere da sparo e fioretti e lame. Campriani ha stupito con i due ori nel tiro a segno e riconfermandosi dopo Londra. La scherma molto meno. Però da sempre le due discipline sono cassaforte di medaglie per l'Italia. Per questo dall'urna non spuntano facce stavolta. Perché sarebbero visi ed espressioni di felicità fuorviante. E ci farebbero credere che lo sport italiano sia davvero in buone condizioni. È vero. Grazie a loro le medaglie sono 28 come a Londra, 8 gli ori e ci sono 3 argenti in più («Usciamo a testa alta», ha detto il n° 1 del Coni, Giovanni Malagò). È vero. Un buon numero. Ma la testa sarà veramente alta solo quando al nuoto, quelle sì medaglie pesanti, si affiancheranno ori e argenti e bronzi dell'atletica. Non solo o soprattutto di carabine e lame.

La mano stavolta non entra bensì si tuffa nell'urna ed esce bagnata delle lacrime, le ultime, l'ha persino promesso, di Tania Cagnotto che gli dei dell'Olimpiade avevano preso in giro per quattro edizioni, che a Londra l'avevano lasciata due volte giù dal podio e qui si sono fatti perdonare. Due volte sul podio: argento nel sincro con Francesca Dallapé, bronzo nell'individuale. Con lei, con loro, le ragazze del Setterosa di ct Fabio Conti che più dei ragazzoni del Settebello hanno saputo stupire e farci sognare. Medaglie pesanti.

La mano un'ultima volta nell'urna e ci sono loro tre. La faccia allegra e triste al tempo stesso di Gimbo Tamberi infortunato che osserva altri vincere l'alto di cui lui sarebbe stato padrone. La faccia neppure disperata, chiamiamola ormai non faccia di un uomo, un atleta rovinato da se stesso e forse non solo da se stesso: Alex Schwazer. La sua espressione nel ristorante, da solo a cenare dopo il verdetto che lo spediva a casa e all'inferno con otto anni di squalifica per doping recidivo, è l'espressione di un'anima che andrà seguita e protetta. Non come l'espressione di Ryan Lochte, nuotatore, mentitore, bevitore e casinista del gruppetto a stelle e strisce che ha inscenato una rapina subita dopo una notte brava (uno sponsor lo ha già abbandonato). Quella è solo l'espressione di una faccia da schiaffi.