«È un'Inter rivoluzionata ma la storia sono i tifosi»

nostro inviato a Pinzolo
Un giorno gli ha preso di finire su Twitter. Gli mancava il social e si è fatto venire un'idea molto napoletana: «Devolvo 50 centesimi per ogni follower che mi segue». In poche ore migliaia: «Me l'aspettavo? Non lo so, però 11mila e 500 euro devoluti alla Giovani al lavoro, l'associazione per i bambini campani, sono stati una bella soddisfazione. Adesso? Bello, sono iniziative che ti fanno sentire bene, ma era quasi sfacciato. Ora mi impegno in altre cose e preferisco che restino nel loro ambito di discrezionalità».
Lui è Danilo D'Ambrosio da Caivano, dieci minuti di automobile da Napoli, 40mila abitanti, compresi papà pizzaiolo da 25 anni, mamma insegnante, sorella laureanda e gemello nel Lecce, Dario, stessa faccia, stesso ruolo. Sono venuti su assieme alla scuola calcio Sporting Caivano 94, poi da quelle parti i giovani di talento sono costretti a emigrare: «Sono uscito di casa per giocare a pallone che ero ancora piccolo, ho fatto le superiori in giro per l'Italia, se devo ricordarmi in che squadra ero, devo ripensare ai miei giorni di scuola». Però lui e Dario una cosa sola.
«Vacanze sempre assieme, quest'anno Maldive con le nostre fidanzate e poi Ischia, per forza».
Adesso Pinzolo, qui è cambiato tutto, cosa rimane a identificare questa Inter da quella appena rasata?
«I tifosi».
Bello.
«Loro sono attaccati ai colori, questa è la vera storia di un club. E loro hanno diritto a sognare, a eccitarsi, qui ci sono molto vicini, sentiamo il loro affetto, c'è una bella atmosfera».
Lei cosa pensa? È stato il primo acquisto di Erick Thohir, senza D'Ambrosio sembrava non si potesse stare, poi ha giocato quasi niente…
«Io non la vedo così, sono arrivato a gennaio e sapevo tutto. Avevo parlato con Mazzarri e lui mi aveva spiegato che ero un acquisto in proiezione, subito all'Inter senza il rischio di andare in scadenza. Io lo sapevo e ho accettato. Ero un progetto, ma non ho giocato così poco, da febbraio a maggio ho messo assieme 11 presenze, era quanto mi aspettavo, nessuna delusione».
Adesso però c'è dall'inizio e c'è una bella concorrenza, è arrivato anche Dodò…
«La concorrenza fa bene, questa è una grande squadra e per me la concorrenza è uno stimolo a migliorare. Devo farlo soprattutto a livello personale e non intendo solo come calciatore».
Che voto si dà?
«Non devo darmelo io però a novembre dello scorso anno mi è passata per la testa una strana sensazione, credevo di meritarmi una chiamata in nazionale. Cose mie, pensavo arrivasse. No, Prandelli non l'ho mai sentito, per un momento c'ho pensato e basta».
Cosa le è piaciuto di questo mondiale? Ha sentito Alessio Cerci?
«Per noi le cose si sono messe a girare male quasi subito, a noi come a tante altre nazionali. Alessio l'ho sentito, non sarei così certo che resti al Toro, credo che se gli dovesse arrivare la proposta giusta decida di uscire e non saprei come dargli torto».
Magari adesso danno il Pallone d'Oro a Lahm…
«Durante il mondiale ho fatto attenzione alle difese, come si disponevano, e ho ricevuto la conferma che nel mio ruolo c'è un gigante che si chiama Maicon, per me l'esterno più completo».
In qualche modo ne sta ereditando la maglia…
«È più importante la squadra. Le tre davanti si sono tutte rinforzate, loro partono da un gradino superiore, noi dobbiamo migliorarci, sono partiti grandi campioni ma ne sono arrivati altri, da Vidic c'è tutto da imparare».
Prima l'Europa league era considerata un fastidio, poi all'improvviso era il traguardo assoluto da conquistare? L'Europa League, adesso è ancora un fastidio?
«Era un obiettivo anche del Milan. E prima ancora di tante altre squadre, anche di quelle che ora giocano la Champions. Noi l'abbiamo conquistata, non credo sia giusto sottovalutare l'Europa League».
Lei cosa promette?
«Non faccio promesse, e la mia non è prudenza».