Uomini vecchi e un po' scarsi Ma tutti marines

Marcello Di Dio

Sistema di gioco, corsa e duttilità. È la ricetta di Antonio Conte per una Nazionale mai così multiruolo. Sapendo che non avrebbe avuto tra le mani l'Italia migliore di sempre dal punto di vista tecnico e anagraficamente in là con l'età media superiore ai 28 anni («il materiale umano è questo, se non vengono lanciati molti giovani è anche perchè quelli di livello sono pochi», così l'ex tecnico della Juve) il ct ha deciso di creare un gruppo di marines. Insomma duri, sporchi e cattivi e con l'elmetto in testa per affrontare l'avventura europea che non ci vede favoriti, ma outsider di lusso.

È indubbio però che il valore aggiunto di questa Nazionale sarà proprio l'allenatore leccese. Un ct in uscita che in quasi due anni si è prima affezionato al vestito azzurro, al di là del lauto stipendio garantito dallo sponsor; si è poi arrabbiato con l'ostracismo dei club (che di fatto comunque esercitava anche lui quando allenava la Juve) per gli stage non concessi; si era reinnamorato del progetto una volta raggiunta la qualificazione agli Europei; aveva alla fine gettato la spugna di fronte all'ultimo sgarbo, rispondendo alle sirene del Chelsea dopo una full immersion di inglese durata qualche mese. Pressato anche dalla vicenda del calcioscommesse, finita prima dell'Europeo ma con i segni ancora addosso, si sentiva quasi soffocare di fronte a una creatura che aveva smesso di sentirsi amata.

Perchè a Conte piace la quotidianità, avere sotto controllo i giocatori tutti i giorni e non una volta ogni due o tre mesi. Voleva fare della Nazionale una squadra e non una semplice selezione sapendo bene che la rappresentativa azzurra non è un club. Per certi versi è riuscito comunque a trasmettere le sue idee di gioco al gruppo, sfruttando - come ha sottolineato lui stesso - «anche i mezzi secondi». E cercando di far suonare a tutti la stessa musica, con lui sul podio come direttore d'orchestra. Ma non sentendosi nè garagista, nè incudine, nè gambero (i paragoni usati da Conte nel giorno in cui ha ufficializzato il suo addio) ha deciso di chiudere la sua avventura in un suo ruolo che alla fine non è forse stato troppo suo.

In due anni ha provato 67 giocatori, con 24 che varcavano per la prima volta i cancelli di Coverciano e diciotto che venivano da esperienze precedenti. Ma il tentativo di scremare la nazionale è andato a vuoto, con un attacco azzurro tra i più poveri di sempre e ben otto elementi alla prima grande competizione con l'Italia, di cui tre proprio nel reparto offensivo. Insomma, Conte ci ha provato ma il materiale era scarso nei numeri e nella tecnica. E quei pochi calciatori di talento si sono persi per strada per carattere o per infortuni. «Con me ci sono i migliori», aveva giustificato - anzi difeso - le sue scelte il ct dopo i primi mugugni per alcune esclusioni, nemmeno tanto eccellenti e dolorose per la verità. Si riparte così dalla solidità difensiva del blocco juventino, ma ora toccherà a lui - uomo degli addii, tanti i suoi in carriera sin dai tempi del «pane duro» all'Arezzo - mettere quel surplus di esperienza, tigna e coraggio. E far sognare l'Italia prima del congedo. Annunciato.