Gli Usa fanno sul serio: allenamenti con i marines

Flessioni, nuoto sotto zero, trasporto di tronchi. E gli atleti piangonoCome un film Olimpionici a braccetto con i Navy Seals

Ora ha un motivo in più per portare sempre un berretto. Il velista Zach Railey, medaglia d'argento a Pechino lo faceva per scaramanzia: «Gareggio sempre con un cappellino della mia università di Miami», spiegava fiero a microfoni e taccuini. Ma a Londra il campione di Clearwater (Usa) sarà più vecchio di quattro anni e soprattutto avrà alle spalle un allenamento molto particolare, curato dai Navy Seals, il corpo speciale della Marina americana che negli ultimi due anni, oltre a pericolosi blitz e missioni segretissime, si è aperto formando futuribili campioni di Londra 2012. Velisti, nuotatori, hockeisti a stelle e strisce. Donne e uomini. Tutti a scuola dai Navy Seals per temprare il carattere.

E allora ecco quel berretto: «Era marzo, appuntamento in un lago gelido - ricorda Railey - fuori 5 gradi e i Navy che ci ordinano di immergerci in acqua». Lui lo fa ma bara ed evita di bagnarsi berretto e capocchia. Così una sua collega dalla lunga coda di cavallo. Quando riemergono, ad attenderli trovano un Navy con la battuta facile che soffiando sui capelli asciutti della ragazza apostrofa Railey: «Non trovi strano che i capelli bagnati si muovano? Immergetevi di nuovo». Stavolta per davvero e sissignore. Sembra un film invece è solo uno dei racconti di chi si è sottoposto volontariamente ad uno degli stage di allenamento con questi incursori d'oltre oceano. Anche loro, stanando Bin Laden o paracadutandosi dietro le linee nemiche, di medaglie d'oro se ne intendono. Ma i loro giochi non sono esattamente olimpici. Vietato barare.

Il percorso comincia in classe con dei corsi di auto motivazione, forza mentale ed esercizi per controllare l'ansia. Ma quando si passa alla parte pratica fra nuotate estenuanti, tronchi da trasportare e flessioni per ogni cosa che non va, agli atleti è scappata più di una lacrima. «L'obiettivo - spiega una psicologa del comitato olimpico statunitense - è quello di portare gli atleti ai loro limiti». A questa ordalia moderna si è sottoposto anche Larsen Jansen, punta di diamante del nuoto «made in Usa». Pensava che le sue tre medaglie tra Atene e Pechino nello stile libero significassero qualcosa. A Londra non sa che cosa farà ma sicuramente ha un'idea per il dopo Olimpiadi: «Potrei arruolarmi con loro», ha detto Jensen che insieme ad altri tre olimpionici sembra aver subito il fascino di questa «mission impossible» dietro cui si cela - è ovvio - un pizzico di marketing. I Navy Seals cercano nuova linfa e gli sportivi sono un ottimo vivaio.

Eppure mentre i marines hanno aperto il reclutamento anche alle donne, la vita da «Seals» resta solo roba da uomini. Allora perché allargare gli allenamenti anche all'altra metà del cielo? «Perché potrebbero parlarne bene ai loro compagni», spiega candido Rob Stella, del reparto speciale stato di guerra dei Navy. Non è d'accordo Lauren Crandall, capitano della squadra femminile di hockey prato, che di queste sessioni ricorda solo singhiozzi e flessioni pur avendo terminato l'addestramento, insieme ad altre 17, in un gruppo iniziale di 42 atlete. «La cosa che ho temuto di più era il “biscotto di zucchero”», spiega Crandall. Una ricetta originale che prevede una lunga notata nell'oceano seguita da un'impanatura con la dorata sabbia di San Diego. Servirà per vincere una medaglia lungo il Tamigi? Di sicuro il motto dei Navy porta bene. «Il giorno più duro è stato ieri». Sul podio se lo ricorderanno tutti.