Vale nella culla di Assen per l'ottavo trionfo e per scacciare l'incubo

La sua Yamaha va. Per questo è la stagione più sofferta. "È come se nei 2 anni in Ducati fossi rimasto fermo e gli altri..."

Fissi dritto nella palla degli occhi i potenti del motomondo, gli organizzatori, i manager, gli sponsor e dal loro sguardo perso in un futuro che li preoccupa t'accorgi che i Lorenzo e i Pedrosa e i Marquez non bastano per garantire che i campionati a venire restino belli e avvincenti e trasversali nel catturare l'interesse del pubblico. Perché il motomondo si muove, ruota, si espande, respira soprattutto attorno a lui. Lui Valentino. Questa è la vera e cruda verità. Lui che iniziò Rossi figlio di Graziano, per divenire Rossi pilota, poi Rossifumi, Valentinik, Fenomeno e quindi Dottore e ancora di più: il DOTTORE del motomondiale. Quasi un riconoscimento esplicito alle sue doti taumaturgiche, capace, com'è stato, di curare e guarire l'unico vero male di questo sport: quello, prima di lui, di non aver mai varcato il grande recinto degli appassionati per entrare nelle case di tutti.

Solo che adesso, in questa parabola lunga diciotto anni, perché ce lo dimentichiamo ma il ragazzo 34enne corre e impenna e rischia nel mondiale dal 1996, solo che adesso il Dottore rischia di tornare ad essere semplicemente un Signor Rossi. E in fondo non è mica bello. Perché ti preoccupi ascoltando suo padre Graziano spiegare pazientemente che se Vale è solo un signor Rossi è perché «gli serve tempo», perché la fallimentare esperienza in sella alla Ducati «è stata per Valentino come se Usain Bolt avesse fatto corse campestri per due anni e poi fosse tornato a disputare i 100 e 200 metri. Ha bisogno di ritrovare i tempi, il ritmo, la confidenza...». Parole di qualche tempo fa, prima del Gp d'Italia, Mugello, casa Rossi. Parole che rimandavano proprio alla corsa toscana per dire se Valentino sarebbe tornato Valentino. Ma fra le sue colline, là dove aveva trionfato nove volte, il collega Bautista l'aveva buttato fuori alla seconda curva e addio prova verità. Prova slittata di due settimane, Barcellona, pista amata dal nostro e però molto amata dai tre ragazzacci del motomondiale, appunto Pedrosa, Lorenzo e Marquez. E infatti il nostro è giunto quarto.

Quarto là dove una volta avrebbe vinto sportellando via Lorenzo e i compagni scomodi; giù dal podio là dove una volta litigava a spintoni e qualcosa di più con Max Biaggi e invece stavolta l'abbiamo ascoltato dire cose che fanno onore alla schiettezza e alla maturità dell'uomo ma che fanno male pensando al Dottore che rischia di trasformarsi in semplice Signor Rossi. Per esempio quando ha detto «Lorenzo, Pedrosa e Marquez fanno paura, sono i migliori piloti del mondo e io sono più vecchio e faccio fatica e i due anni in Ducati mi hanno fatto perdere il feeling perché loro in due stagioni sono cresciuti e io sono invece rimasto fermo e il divario è aumentato». Per esempio quando ha aggiunto «il problema è il feeling con la mia moto, non riesco ad essere veloce fin dal primo giro con le gomme nuove... loro sì. Per di più sono conscio che la mia Yamaha può fare cose che io non riesco ancora a farle fare».

Doveva risorgere a casa sua al Mugello, ci ha provato a casa d'altri, a Barcellona, forse per questo diventa cruciale sabato la mitica Assen, Scala del motociclismo mondiale e però circuito dove ha vinto sette volte, mentre una sola soltanto Lorenzo, un paio Marquez in Moto2, zero tondo Pedrosa. Assen come un'altra occasione, Assen forse come l'ultima grande occasione per tornare ad applaudire il Dottore e cacciare via dai pensieri il Signor Rossi.