Valentino Mazzola, l'operaio che costruì la leggenda Toro

Lo chiamavano Tulén perché dava calci alle latte, poi colpì il pallone e fu il Capitano. Sabato i 100 anni dalla nascita

Le guance di Oreste si gonfiavano come due palloncini e la tromba a corno prendeva a suonare la carica. Lo squillo risuonava nell'aria del Filadelfia. Era il segnale. Capitan Valentino ripiegava le maniche della maglia e i suoi compagni del Torino sembravano svegliarsi dall'indolenza. Non è leggenda, Oreste Bolmida esisteva davvero, faceva il capostazione a Porta Nuova, si portava appresso lo strumento che gli serviva per la partenza dei treni. Per caso, durante una partita affannosa del suo Torino, provò a suonare come era uso fare davanti al binario della stazione. La reazione dei granata fu esplosiva, Oreste diventò il simbolo della riscossa. Capitan Valentino era la locomotiva di quel meraviglioso treno. Aveva fisico tracagnotto e di mascella forte, vivaci gli occhi e ricciuti i capelli che davano sul rossiccio, sapeva battere con entrambi i pedi, difendeva a rifiniva e infine andava a rete. Veniva da Cassano d'Adda dove era nato il 26 di gennaio del Diciannove. I suoi non navigavano nei denari, la guerra, anche se vinta, aveva lasciato tracce ovunque, suo padre Alessandro era tranviere all'Atm, sua madre, Leonina Ester Ratti, lavorava nel Linificio e Canapificio di Cassano e faticava a tenere testa a figli otto, tre morti in fasce mentre il maggiore, Pietro, era uno scapestrato, finì in galera cento volte cento, per furti vari. Valentino, quart'ultimo di quella squadretta, non prese lo stesso vizio, nel quartiere Ruscett di Cassano le donne lo avevano ribattezzato Tulén, prendeva a calci le tolle, le scatole di latta e i barattoli che incontrava lungo la strada, erano i suoi palloni di fantasia. Aveva dieci anni quando suo padre morì lasciando il buio e la sofferenza. Arrivò il tempo in cui bisognava trovare i mezzi per non sopravvivere soltanto, raccolse qualche denaro da garzone in un panificio tra farine e michette, poi seguì la madre tra lini e canape, quindi l'Alfa Romeo gli offrì una tuta di lavoro e, insieme, la possibilità di giocare a football per la squadra dell'azienda. Le premesse c'erano, con il gruppo sportivo Tresoldi di Cassano aveva fatto intendere che oltre alle tolle sapeva calciare bene il pallone e correva, correva come un matto. Gli fecero la corte quelli del Milano, offrendogli lire cento. Valentino ci pensò su, erano soldi ma comportavano anche la rinuncia al posto di lavoro nella casa automobilistica. L'Alfa, dunque, prima la squadra pulcini, a quattordici anni, poi il salto in serie C, a venti. Venne la chiamata alle armi, servizio in marina, a Venezia, con la possibilità di continuare a praticare il calcio con la squadra del Comando. Lo videro quelli del club lagunare, era il Quaranta, Valentino firmò per l'Associazione Fascista Calcio Venezia, segnando il suo primo gol alla Triestina. Nello spogliatoio conosce un ragazzo che viene da Fiume e porta il cognome di Loik, di nome fa Ezio ed era figlio di un assemblatore di siluri. Insieme fecero la cronaca di quel Venezia prima di fare la storia del grande Torino. Ferruccio Novo li portò via versando un milione e duecentomila lire al collega Bennati e aggiungendo nel pacchetto tali Raoul Mezzadra, nativo rumeno, e Walter Petron. Novo anticipa l'azione di Piero Dusio, appena nominato presidente della Juventus e pronto a investire nella coppia del Venezia.

Qui incomincia l'avventura, qui incomincia la leggenda. Perché Valentino debutta contro l'Inter e segna il suo primo gol granata nel derby. Oreste era ancora in stazione, la sua tromba non suonava ma Valentino già faceva cose mirabili, Loik era il suo polmone, Torino la città ideale per la vita dolce e, a volte, la dolce vita. Quel ragazzo tosto di fisico e fascinoso di sguardo piaceva a molte madamine ma Valentino portava già la fede al dito, andò sposo a Emilia Ranaldi il giorno sedici di marzo del Quarantadue, e qualche mese dopo, a novembre, sarebbe nato Alessandro, in memoria del nonno morto in un incidente stradale. Emilia e Valentino presero casa alla Crocetta, la zona bella di Torino, per dimenticare le tolle e il Ruscett d'infanzia. Al civico 66 di via Torricelli, due camere e cucina, la guerra imponeva doveri patriottici ma la Fiat segnalò il ragazzo al Ministero dell'Interno, come operaio fondamentale per l'industria bellica, Valentino venne esentato dal servizio militare, tornò, per qualche giorno, a indossare la tuta e si fece fotografare non con un pallone ma con le mani unte di grasso. Avrebbe servito l'Italia del football, Vittorio Pozzo lo volle in azzurro. La guerra sospese i campionati ma non la storia di Mazzola, furono anni di grande luce per lui, diventò capitano della squadra e il suo carattere lo mise in contrasto con la società, con la federazione e con la stampa. Ma, innanzitutto, con Emilia. Furono liti furibonde, Valentino accusò la suocera di maltrattamenti, nel frattempo si era invaghito di Giuseppina Cutrone, con lei era rinato l'amore smarrito in famiglia. Si arrivò al '48, alla separazione, agli avvocati, all'annullamento del matrimonio presso il tribunale rumeno di Ilfov che, per una convenzione tra i due Paesi, risalente al 1880, poteva emettere sentenze di annullamento matrimoniale tra coniugi italiani e tale verdetto veniva trasmesso al Ministero degli Esteri italiano che a sua volta li inviava agli uffici di stato civile. Ma Emilia si ribellò, prese con sé Ferruccio e se lo portò a Cassano d'Adda, la Cutrone si prese cura di Sandro. L'agra vicenda costò cinque milioni al capitano e sofferenze grandi ai figli costretti a dividersi non soltanto fisicamente. Erano giorni difficilissimi, Valentino era oggetto di desiderio di molti club, Masseroni, presidente dell'Inter, gli offrì dieci milioni di salario, Mazzola, in un'intervista radiofonica, annunciò il proprio trasferimento a Milano, Novo dovette resistere all'ammutinamento di sei granata e ammise: «Lui guadagna il doppio dei suoi compagni perché sono loro a volere così, spiegando che se Valentino si sentiva appagato era più facile vincere». Anche allora la bella vita dei calciatori, tra tabarin, autovetture e privilegi. Valentino viveva anche una vita ordinaria. Lo ricorda, con splendida e commossa narrazione Gi-pi-o che sarebbe Gian Paolo Ormezzano, nobile penna di sport e di mille altre cose: «Un pomeriggio andai al cinema a vedere il film dal titolo Chiamate Nord 777, con James Stewart. A un certo punto mi voltai e vidi che al mio fianco stava seduto Valentino Mazzola. Mi emozionai e non tolsi lo sguardo da lui, il mio idolo. Alla fine del primo tempo Mazzola mi sussurrò: ragazzino se guardi il film e non me ti divertirai di più». Valentino era il mattatore del calcio italiano. Aveva intrapreso anche l'attività di imprenditore con una ditta di materiale sportivo e forniva di palloni la nazionale, in concorrenza con Carlo Parola. La Figc aveva sottoscritto un contratto con una azienda che garantiva 25 palloni alla squadra azzurra contro i 15 di Mazzola che aveva imposto un compromesso: il primo tempo veniva giocato con i suoi palloni e il secondo con quelli di Parola. Il presidente federale Barassi liquidò la faccenda, solo palloni senza scritte e appartenenze.

Non erano solo giornate romantiche. Valentino ebbe contrasti forti con i giornalisti, reagì alle critiche di Tuttosport a firma di Renato Casalbore che aveva notato l'inopportuna presenza del calciatore, in tribuna d'onore in occasione di Milan-Torino, mentre era in atto il contenzioso con la società sul contratto. Mazzola scrisse questa lettera: «Egr. comm - Gradirei che lei non facesse più dell'ironia sul conto mio. Il suo giornale lo leggo poco, purtroppo a volte mi dicono: hai visto che cosa ha detto Casalbore di te? Lei faccia il suo mestiere, porti il resoconto della partita alla sua redazione e lasci stare il Mazzola anche se il Milan gli permette di sedere in tribuna d'onore per assistere a una partita di calcio; ciò che interessa poco la federazione se il Milan che paga i propri giocatori e mantiene in parte la F.I.G.C, desidera fare, usare una cortesia a Mazzola che difende i suoi interessi come il Torino sta difendendo i propri?». La lettera provocò un intervento della Lega calcio che chiese alla federazione l'autorizzazione a procedere nei confronti del capitano, Valentino ammise l'errore e il caso rientrò. Casalbore sarebbe morto, insieme con Valentino e gli altri della leggenda, il 4 maggio del '49, a Superga. Capitan Valentino non è mai scomparso. I brasiliani rinominarono Altafini Massola per il colore dei capelli e la forza di andare al gol. Sandro ha proseguito nel nome del padre, Ferruccio si è fermato all'ombra dei suoi affetti strappati.

La nebbia di quel giorno di maggio mai è riuscita a coprire la storia del Tulén che oggi avrebbe cento anni. Certe cose non accadono per caso. Domenica si gioca Torino-Inter, allo stadio ci sarà anche Aldo Ossola, gigante della pallacanestro con l'Ignis e l'Italia e fratello di Franco, compagno di Valentino. Ossola celebra anch'egli 100 anni della sua gioielleria di Varese e porterà memorie e scritti di un tempo mai finito. Il tempo di un campione senza tempo, il tempo di un Torino che diventò, grazie a Valentino, il grande Torino, il tempo del Filadelfia chiesa del football crollata per la nostra miserabile ignoranza, il tempo della tromba a corno di Oreste, il tempo di questo gioco meraviglioso che cerca ancora, in quel nome dolce e in quel cognome storico, la forza per continuare ad esistere.