Van Niekerk, primo oro ma non è l'erede di Bolt

Mondiali di Atletica: il sudafricano Wayde Van Niekerk, atteso alla doppietta 400 e 200, vince con il freno tirato e senza regalare sorrisi

Il mondo mestamente vedovo di Usain Bolt che cercava con ansia un erede, da ieri sera crede di averlo trovato. Wayde Van Niekerk. Vittorioso nei 400 in attesa di fare altrettanto domani nei 200. Come in tutte le vicende dell'umana vita, quando si va di fretta, si finisce però ingrassando l'approssimazione e smagrendo l'attenzione. Risultato: ci si accontenta. Ecco. L'atletica, cercando frettolosamente l'erede del Lampo giamaicano, si sta accontentando. Il rischio che corre il movimento è quello di sposare la persona sbagliata e vivere per anni nel rimpianto e nell'eterno ricordo di un altro.

Wayde Van Niekerk, 25 anni, per la seconda volta di fila in vetta al mondo dei 400, 43''98 il suo crono frenato negli ultimi dieci metri per conservarsi in vista dei 200 (argento al bahamense Gardiner 44''41 e bronzo al qatariota Haroun 44''48), è infatti uno splendido e fenomenale atleta. Ma sarà davvero lo sposo giusto del pubblico dell'atletica e dell'atletica stessa entrambi vedovi inconsolabili di Bolt? Ieri sera, questo ragazzo che per parte dell'anno si allena nell'italiana Gemona, e che a Rio, un anno fa, aveva centrato oro e record del mondo (43''03), ha stregato Londra, il suo pubblico voglioso di regalare sentitissimi applausi dopo i sentitissimi fischi dedicati a reietto Gatlin. Per cui verrebbe da pensare di sì: potrebbe essere lui lo sposo e il traghettatore giusto. Per la nobiltà dei suoi 400, il giro della morte, la gara più sfiancante che ci sia; perché ai Mondiali è arrivato con un simpatico 19''84 nei 200; e perché ha tanta voglia, domani, di fare ciò che nella storia dell'atletica è riuscito solo a un altro gigante della corsa: Michael Johnson. Vincere 400 e 200. L'americano centrò l'obiettivo ai Mondiali di Göteborg '95 e ai Giochi di Atlanta '96.

Se volete, se vogliamo, possiamo chiudere gli occhi e infilare le dita nelle orecchie e urlare blablabla per far finta di non vedere e sentire, continuando a illuderci di essere davanti a un altro Usain. Solo che si vede benissimo e si sente benissimo che in fretta e furia stiamo cercando di incoronare un altro re che, nonostante tutte le belle cose che sta facendo in pista, non è e non può essere e non sarà Bolt.

Prendiamo il prima e il dopo vittoria di Van Niekerk. Prima: serio, zero sorrisi, un saluto abbozzato al pubblico bisognoso. Dopo: serio, zero sorrisi, un saluto abbozzato avvolgendosi nella bandiera al pubblico plaudente. A far festa erano gli altri due. Nell'esultanza del sudafricano non c'è stato nulla di accostabile a lampi e frecce e scarpe slacciate e cadute col fotografo e selfie col pubblico e gesti alla Bolt. Quei gesti che in 10 anni sono stati in grado di sdoganare l'atletica oltre i confini del campo, della pista e dello stadio.

Non è una colpa e soprattutto non è colpa sua. È che Bolt era forza e record e quello che accadeva prima e dopo. Del prima e del dopo di Wayde abbiamo detto. Si può aggiungere della coach 77enne Anna Botha. Dal Lampo reggae alla nonnina incanutita. Non c'è partita. Accontentiamoci delle prestazioni. Lasciamo stare il personaggio. E soprattutto, cara atletica, non sposare nessuno.