Per vedere il Brasile ai Mondiali servono cuore e nervi d'acciaio

Si consiglia ai tifosi più nervosi di andare dal cardiologo di fiducia

Il Brasile scende in campo? Allora si consiglia ai tifosi più nervosi di andare dal cardiologo di fiducia. Infatti, nel modo in cui gioca la nazionale di casa in questo Mondiale conviene prendere certe misure per non finire al pronto soccorso. Una tensione da unità di terapia intensiva. E non si scherza. Nella partita di sabato scorso in cui il Brasile ha eliminato il Cile ai rigori, un tifoso di 69 anni si è sentito male allo stadio ed è morto poche ore dopo in ospedale, subendo un infarto. I precedenti di malattie, però, già li aveva: ipertensione e diabete. Le statistiche per le cure mediche allo stadio Mineirão degli vari organi ufficiali in quel giorno non coincidono - il Comitato Organizzatore Locale parla addirittura di 137 casi -  però si registrano quattro quadri tipici di principio di infarto subiti da persone che erano all’impianto di Belo Horizonte. Tifare Brasile sembra un compito per chi ha nervi d’acciaio. E in un Mondiale di supplementari e rigori non solo per i sostenitori verdeoro.

Si soffre allo stadio, in casa o alla Fan Fest. E c’è gente che preferisce giocare a carte, inventarsi qualcosa e soltanto sapere il risultato qualche minuto dopo la partita. Un problema antico come il calcio. Secondo un cardiologo locale, il numero di infarti dopo l’eliminazione del Brasile contro l’Olanda in Sudafrica 2010 è aumentato del 28-30% rispetto ad altre partite dei verdeoro in quello stesso Mondiale. Problemi del cuore e della mente. Non solo dei tifosi ma anche dei giocatori. L’ex  interista Júlio César, ad esempio, eroe della qualificazione contro il Cile, ha pianto prima e dopo i tiri dal dischetto. Ma le lacrime non gli hanno impedido di parare due rigori. L’ex milanista Thiago Silva, capitano della Seleção, era pure sconvolto e aveva chiesto di non battere i rigori e se ci fosse stata una seconda serie di tiri dal dischetto implorava di essere l’ultimo a calciare. Già si pongono varie domande. Debolezza? Reazione naturale di una partita mozzafiato ad eliminazione diretta? Troppa responsabilità di chi ha l’obbligazione di vincere in casa? Il Brasile gioca male perché è nervoso o è nervoso perché gioca male? Un Brasile che non incute fiducia nei suoi tifosi, che deve ancora dimostrare di avere schemi...

Giocatore da nazionale non può piangere? Ma nel 1970 l’espertissimo Pelé, allora quasi un trentenne che giocava il suo quarto Mondiale, pianse nel tragitto dell’autobus dal ritiro brasiliano fino allo Stadio Azteca prima della finale contro l’Italia che i sudamericani vinsero poi 4-1. Se piangeva Pelé allora perché non lo può fare un semplice mortale? I giocatori del Brasile hanno ricevuto martedì scorso la visita della psicologa Regina Brandão per dare loro supporto in questo momento difficile. Ma lei ha spiegato sulla TV della Confederazione Brasiliana che il salto nel ritiro di Teresópolis, la Coverciano brasiliana, era già nei programmi e che ci tornerà settimana prossima, magari per i padroni di casa con la qualificazione alla semifinale già in tasca. Nel frattempo sarà come sempre in contatto con loro per telefono, mail, WhatsAPP ... La psicoterapia del mondo moderno al servizio del Paese del calcio.