Settebello Bolt: vince i 200 senza esagerare e tira la volata al suo erede

Usain centra il suo settimo oro mondiale con il tempo più alto. Poi festeggia ballando con Weir, il delfino che gli sta in scia

Ha corso più lento di sempre, ma come sempre più forte di tutti. Dice il cronometro: 19”66, ovvero il tempo più alto rispetto al 19”19 di Berlino 2009 (che valeva il record del mondo) e al 19”40 di Daegu due anni fa. Magari invecchia anche lui, ma i duecento metri sono casa sua e Usain Bolt lo ha dimostrato pure allo snobistico pubblico moscovita. Bolt è ancora un campione dell'altro mondo, forse più vicino agli umani, meno devastante e dilagante, fors'anche più serio. L'atmosfera dei mondiali di Mosca, così carica di tensioni e polemiche, potrebbe aver fatto la sua parte. Ieri, per esempio, Emma Green, la bella saltatrice svedese (quinta nell'alto), è stata invitata dalla sua federazione, la quale a sua volta era stata invitata dalla Iaaf, a non pitturarsi le dita color arcobaleno in segno di protesta per la legge sui gay. E così Emma si è dipinta le dita di rosso, forse un colore più gradito dai russi.

Sì, quella di Mosca non è proprio l'atmosfera felice che piace a un tipo come Bolt, ma bastano una pista, uno sparo e una partenza azzeccata (ieri comunque è stato il più lento) per rilanciarlo davanti a tutti, in una corsa felice, poderosa e ancora una volta dosata allo stretto necessario. Bolt ha vinto per la terza volta consecutiva il mondiale dei 200 metri, dove da sei anni conquista medaglie (cinque ori e un argento). È arrivato al settebello, ma se oggi avrà l'oro (probabile) nella staffetta 4x100 raggiungerà, nel guinness dei primati, anche Carl Lewis, l'unico degli uomini d'oro che ancora gli scappava via, senza farsi acchiappare.

Duecento metri per raccontare un mondo che ti corre dietro, ecco la sintesi di una gara partita in quarta corsia e gestita da one man show. Bolt va davanti, gli altri annaspano. Bolt rallenta un po' nei secondi cento metri ed allora ecco il delfino Warren Weir, bronzo a Londra, farsi sotto nella corsia più alta, maglia giamaicana diversa da quella degli altri, quasi un segno distintivo. Bolt che non sente il fruscio del nemico perchè quello gli sta ancora troppo lontano, ma capisce che il ventitreenne di casa sua un giorno lo farà sudare. Weir ha scalato un posto nel medagliere (argento), corso in 19”79, stesso tempo in cui ha vinto ai Trials giamaicani, messo ordine nella gerarchia dei valori dove l'onore americano è stato tenuto in piedi da Curtis Mitchell (terzo, 20”04). Un po' più lontano il talento diciannovenne dell'inglese Adam Gemili.

Non è un caso se poi i due soci di ventura si sono messi a ballare insieme l'inno alla felicità: c'è cameratismo, rispetto, un senso della continuità nella loro corsa. Anche se il talento e il fenomenismo di Bolt sembrano inarrivabili. Nella speranza che nessun esame antidoping possa violarlo.

C'è solo Bolt in questo gran finale dei mondiali: valgono tutti i suoi allori ed anche le debolezze. Questa è stata la sua finale corsa più lentamente fra le tre dei mondiali e le due olimpiche, ma questo successo gli porta la quarta doppietta (Pechino-Berlino, Londra-Mosca) che mai nessun uomo ha conquistato.

C'è stato un attimo, prima della finale, in cui anche Pietro Mennea è comparso sul tabellone dello stadio Luzniki: omaggio a un campione così diverso da Bolt, ma il cui record del mondo sui 200 metri ha spinto gli uomini a superarsi. E da quel record sono spuntati Michael Johnson e Usain Bolt. Niente di meglio che l'uomo potesse immaginare.

Oggi i mondiali si chiudono con il gran ballo delle staffette. Ieri la maratona ha celebrato Stephen Kiprotich, il keniano che ha raddoppiato l'oro di Londra, chiudendo la gara con una tattica da ciclista allo sprint finale, inducendo l'etiope Abera ad accelerazioni e cambi di linea a due chilometri dalla fine. Un gioco di intuizione, resistenza e talento strategico. Un modo nuovo per rendere più avvincente, e meno monotono, il finale di una maratona. Un'idea boltiana.