«La vittoria di Pantani nel '98 un travaglio, questa serena e profonda»

Era il più convinto di tutti, per certi versi anche più di Vincenzo Nibali. Alla vigilia del Tour, Beppe Martinelli, il tattico del team Astana, era stato chiaro: «Yes we can», si può fare. La vittoria al Tour non è un miraggio.

Giuseppe Martinelli, il tecnico bresciano è l'uomo che ha vinto 5 Giri d'Italia con 5 italiani diversi (Pantani, Garzelli, Simoni, Cunego e Nibali). E addirittura era già nello staff Carrera quando Stephen Roche vinse Giro e Tour nel suo magico 1987. Senza contare il Tour de France firmato Alberto Contador, poi tolto allo spagnolo per il caso-clenbuterolo: in ammiraglia c'era sempre Martinelli.

Martino, che voto dai al Nibali di questo Tour?

«Il voto massimo. È stato bravissimo, su tutti i terreni, proprio tutti. Grande in Inghilterra, dove si è vestito di giallo. Grande a la Plance de Belle Filles, grande a Chamrousse e poi il capolavoro di Hautacam".

Dove ha vinto questo Tour?

«Tutti i giorni, un passettino per volta, ma nella tappa di Arenberg, dove è arrivato secondo ha vinto».

Tu il tattico, Slongo l'allenatore…

«Bravo, usi i termini giusti. A me diesse non piace, so di tattica e faccio quelle. Slongo ama definirsi allenatore, perché il termine preparatore è stato in questi anni sputtanato. A tale proposito, in un momento come questo, vorrei dirti una cosa. Ed è giusto che io la dica adesso, a bocce ferme, quando tutto è stato compiuto: Paolo (Slongo, ndr) si è rivelato fondamentale».

Tu hai sempre considerato Vincenzo un fenomeno.

«Credetemi ha un motore da fenomeno. E quando gli gira tutto per il verso giusto, sono in pochi a potere pensare di batterlo».

Tinkov non la pensa così...

«Impossibile saperlo, ma una certezza c'è: un Vincenzo così avrebbe lottato ad armi pari in salita sia con Contador sia con Froome. E mi fermo qui, perché sono un tattico, non frate Indovino».

Ma quale è il tuo vero rapporto con Nibali?

«È un rapporto diverso da quello che avevo con tanti corridori in passato. Non c'è più la stessa complicità».

Mi vuoi far credere che il tuo rapporto con Vincenzo è solo e soltanto professionale?...

«Tanta professionalità e una buona dose di cuore, ma un po' meno di prima. E poi bisogna essere onesti fino in fondo. Quando Vincenzo è arrivato da me, alla fine del 2012, era già un campione. Non avevo troppo da insegnargli».

Lo so che non ami parlarne, ma non ti chiedo di Marco e Vincenzo, ti chiedo solo tra '98 e 2014.

«Il Tour del '98 fu un parto, un travaglio, con tutti i problemi legati allo scandalo Festina. Quello di quest'anno è a immagine di Vincenzo: sereno. Bello. Profondo».

Ma sei proprio sicuro che Giro e Tour si possano fare nello stesso anno?

«Se si fa con le idee chiare si. E poi il primo ad essere convinto è lui. Quando un corridore vuol fare delle cose è giusto anche provare a farle. Marco non era così: lui se non fosse morto Pezzi non avrebbe nemmeno corso il Tour».