Wayde e la nonnina coach. Che storia il record da urlo

Il sudafricano allenato da una signora di 74 anni "Senza di lei non saprei dove andare. Le devo tutto"

RIO DE JANEIRO - Ama essere primo in tante cose, Wayde. Primo a vincere l'oro mondiale nei 400 svenendo al traguardo, finendo a terra e salendo poi sul podio virtuale solo una volta ricoverato a riprendersi in ospedale. Primo umano a riuscire nella trinità velocistica e cioè a scendere sotto i 44 netti nei 400, ma anche sotto i 20'' netti nei 200 e pure sotto i 10 tondi nei 100. Wayde Van Nierkek è anche il primo a conquistare titolo olimpico dei 400 e record mondiale facendosi allenare da una nonna, meglio dire bisnonna dai capelli bianchi e cotonati e quattro nipotini. Non è sua nonna. Ma è come se lo fosse perché l'ha cresciuto sui campi d'atletica ed ormai è per tutti la nonna coach. Ans Botha, 74 anni, e "senza di lei non saprei dove andare, mi ha dato convinzione, mi ha insegnato che nulla è impossibile, lo devo a lei tutto questo" dice lui a scanso che qualcuna la butti in vacca sottovalutando il peso della nonnina. Meglio non scherzare sul tema, fa capire questo 24enne sudafricano che per star tranquillo si allena spesso da noi a Gemona, in Friuli, e per andar più veloce nei mesi scorsi è andato a prendere appunti nel campus di Usain Bolt.

Fa effetto pensare che ci sia una nonnina dietro il doppio trionfo nella gara più dura, impossibile, crudele del panorama dell'atletica. L'unica specialità che abbina a se stessa una parola triste e inquietante e per cui di solito abolita da ogni sport e cosa allegra e bella e viva come il correre: il termine morte. Ma per i 400 metri si fa un'eccezione, altro modo per spiegarli non c'è. Giro della morte, così gli addetti ai lavori, diciamo soprattutto chi l'ha provato, definiscono il giro intero di pista. Perché terminata la curva dei cento vorresti andare a casa, perché all'inizio di quella dei trecento cominci a vedere i congiunti in paradiso e perché il traguardo non arriva mai, mai, mai.

Il traguardo di Wayde, invece, eccome se è arrivato. Oro e record mondiale. Ma dato che il giro della morte non è roba per tutti, il primato è andato a toglierlo a un signore di nome Michael Johnson che se lo teneva stretto stretto da 17 anni, che domenica notte era in tribuna in veste di commentatore, che ha sorriso e detto "o mio Dio che cosa ha fatto, dalla corsia 8, vuol dire che ha corso più velocemente i secondi 200 dei primi... incredibile" e intanto gli giravano a mille. Perché erano in pochi ad essersi fin qui avvicinati, perché sono in pochi a voler morire per farlo e perché non se lo aspettava da Wayde e dalla nonna.

Nella notte opaca di Bolt all'Olympic Stadium Van Nierkek si è invece esaltato, chiudendo con un 43''03 (davanti al granadino Kirani James, 43''76, e allo statunitense Lashawn Merrit, 43''85) che ha cancellato il 43''18 di Johnson e soprattutto e per fortuna, per molti, splendidi minuti, fatto tacere quel pubblico che continuava a fischiare Justin Gatlin, l'ex dopato rivale di Bolt. E stavolta Wayde si è sdraiato un attimo ma poi rialzato subito e ha ripreso fiato e vita per assaporare tutto quel bene dello sport a cui un anno fa a Pechino aveva dovuto rinunciare. Quel giorno aveva vinto, si era steso un attimo e non più rialzato. Collasso, problemi respiratori, ospedale.

L'altra sera no. Semmai rischio di collasso per gli addetti alla sicurezza quando hanno visto la bisnonnina cotonata scendere dagli spalti e fiondarsi a chiedere, insistere di poter entrare ad abbracciare il proprio atleta. "Sono un coach, sono una coach" ripeteva Ans Botha e quelli "su, forza, signora, vada, non insista, faccia la brava...". Fin quando non sono intervenuti alcuni dirigenti del comitato olimpico sudafricano, "e allora io e Wayde ci siamo abbracciati forte forte... Senza dirci nulla. Non ce n'era bisogno".