Da Zidane a Pirlo Il numero 21 della Signora è sempre una Joya

Una parola e una lettera. Per riassumere uno scudetto. È un giorno di fine ottobre quando Gianluigi Buffon esplode dopo la sconfitta: «Non voglio fare figure da pellegrino». D'altra parte è un campione del mondo. I compagni ubbidiscono. E lui li ringrazia. Quando la rimonta incredibile è completata. E c'è da celebrare un record. D'imbattibilità. Novecentosettantatrè minuti senza prendere gol. È suo. Ma lui da capitano lo ha condiviso all'istante con lo spogliatoio: «Non si è numeri uno fuori dal gruppo...». E per ogni compagno, una parola.

E poi una lettera a quella porta come Bryant l'ha scritta per dire addio al basket. Roba da numeri uno. «Ho promesso a me stesso che avrei fatto di tutto per non incrociare più il tuo sguardo». E in questo campionato, ha fatto davvero di tutto. Per difenderla. Chiedere a Glik, derby d'andata, o Balotelli, Milan al ritorno, per esempio. La fotografia è il rigore scudetto parato a Firenze. Capolavoro di uno scudetto «incredibile e pazzesco». Parole, lettere, ma anche soprattutto fatti. Il capo della banda dei vecchietti, quelli che danno l'esempio. Trentotto anni, nato alla fine degli Settanta, nell'Italia degli anni bui. Insieme a Totti e la Piccinini e Vale Rossi. Gli immortali. Buffon ci piace pensarlo l'esempio per tutti. Quello che non ha mai mollato. È sceso in serie B. Ma è tornato in alto fino alla finale di Champions. Il pensiero stupendo che culla insieme ad Allegri. Tra i due il prossimo patto può essere proprio per la coppa Campioni. L'unica che manca a G1G1, come si firma, in una bacheca zeppa di trofei e scudetti, in mezzo a crisi famigliari e investimenti non riusciti, a schizzi di fango gratuiti. Ai quali aggiungere lo scempio di un pallone d'oro mai vinto. Solo la Champions potrebbe riabilitare la storia del pallone con il numero uno.