«Spostati come pacchi per 5 giorni»

Cinque giorni vissuti qua e là. Dopo lo sgombero del campo di via Capo Rizzuto, all’alba di mercoledì 29 giugno, i 79 rom che abitavano le baracche sul terrapieno vicino all’autostrada A4 si sentono come un «pacco postale». Ospitati di notte nella sede della Protezione civile di via Barzaghi, di giorno dalla Casa della carità. Don Virginio Colmegna racconta chi sono e spiega gli sforzi compiuti per garantire loro «le condizioni minime per vivere».
I nomadi di via Capo Rizzuto sono un gruppo di famiglie imparentate tra loro. In totale 79 persone, tra le quali 30 minorenni e 19 bambini con un’età inferiore agli 11 anni. «Una trentina di adulti - spiega don Colmegna - sono in possesso del permesso di soggiorno, in maggioranza per la richiesta di asilo politico. Mentre un paio di nuclei familiari stanno ottenendo i documenti per le gravi condizioni di salute dei figli. Tra i piccoli uno è disabile, mentre un altro sta vivendo una fase post operatoria delicata. Inoltre una donna è incinta, al settimo mese. Lei, insieme al marito e al figlio maggiore di cinque anni, sono ospitati direttamente qui nei nostri locali. Ma avendo già 70 ospiti per gli altri non c’è posto».
«Non tutti i rom sono delinquenti - dice ai giornalisti Sorin, uno dei capi della comunità -. Noi siamo i primi a denunciare se tra noi si nasconde qualche criminale, noi vogliamo solo vivere in Italia nel rispetto delle leggi». Una posizione aperta e condivisa da tutti i rom di via Capo Rizzuto che durante i giorni vissuti dopo lo sgombero del campo non hanno voluto intromissioni esterne. «Sono dotati di tesserino di riconoscimento e non consentono a nessun loro connazionale di mischiarsi al gruppo» sottolinea Maria Grazia Guida, direttrice della Casa della carità. «Io guadagno mille euro al mese - racconta ancora Sorin -. Faccio il muratore, al mio Paese ci sono stipendi da fame. Qui riesco a mantenere i miei due figli e mia moglie, malata di cuore. Non posso permettermi l’affitto di una casa, ma sono disposto a pagare per avere un campo attrezzato con luce e acqua. Solo così i miei ragazzi potranno andare a scuola». I bambini sorridono. «Non facciamo niente di male. Vogliamo vivere a Milano rispettando la legge» ripete Sorin.