Spot in crisi, la Rai tira la cinghia

Ricavi pubblicitari in forte calo dopo la stagione dei grandi eventi sportivi. Viale Mazzini pensa a tagli e accorpamenti

Fabrizio de Feo

da Roma

Bambole, non c’è una lira. Il riferimento non è alle compagnie, sempre in bolletta dell’avanspettacolo, alle paillettes, alle piume di struzzo, alle luci sfavillanti e ai costumi succinti delle ballerine. Sotto i riflettori c’è piuttosto l’autunno-inverno Rai che si prospetta all’insegna dell’austerity e del ritmico rumore di forbici, con tagli pesanti pronti a calare su vari settori dell’azienda.
La preoccupazione che sale nei corridoi di Viale Mazzini è quella legata all’andamento del mercato pubblicitario. Il rallentamento del settore, rispetto alle previsioni di inizio anno, morde tutti. Mediaset, ad esempio, prevede di chiudere il 2006 con ricavi in linea con quelli del 2005, ovvero senza l’incremento inizialmente previsto del 2-3 per cento. Va meglio per Sky che si muove, però, su cifre non paragonabili a quelle dei due attori principali e lega i suoi introiti soprattutto agli abbonamenti, giunti ormai vicino a quota 4 milioni. Sulla Rai, però, la contrazione degli spot rischia di attestarsi su cifre tutt’altro che indifferenti. Allo «sbilanciamento» già previsto di 30-40 milioni di euro - legato ai costi sostenuti per i diritti dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi invernali - si aggiungeranno, infatti, tra i 25 e i 30 milioni di minori introiti pubblicitari. Un «buco» apertosi all’indomani della fine della stagione dei grandi eventi sportivi ed esploso con maggiore fragore nel periodo attuale. E che ora impone all’azienda di procedere ad immediate contromosse, anche nelle scelte di palinsesto, in modo da rendere il prodotto Rai più appetibile per gli investitori.
Questa settimana il consiglio di amministrazione guidato da Claudio Petruccioli si riunirà per analizzare le prospettive di bilancio per il 2006 e procedere alla verifica dei conti. Contestualmente si analizzeranno anche le possibili operazioni di rientro. Ma il segnale di allarme è ormai scattato e il direttore Pianificazione Budget e Controllo, Fabio Belli, ha già ricevuto il compito di monitorare le spese, con i controller dell’azienda pronti a spulciare nella contabilità per ricercare costi in eccesso e rami da potare. Naturalmente non potrà essere applicato il modello Bbc con i tagli feroci al personale adottati dal direttore generale Mark Thompson, deciso a ridurre il personale di 4.000 unità entro il 2008, per risparmiare 355 milioni di sterline (più di mezzo miliardo di euro) e intenzionato ad investire con forza sul web e sui servizi via internet. La strada che si tenterà di percorrere sarà, naturalmente, meno traumatica. Si punterà su una attenta politica di tagli, anche con il possibile accorpamento di società interne. Ma si tornerà anche a battere con forza sul tasto dell’aumento del canone, fermo ormai da due anni alla stessa cifra. Senza dimenticare la necessità di rilanciare la Sipra, da tempo bloccata in una situazione di stallo. Alla cassaforte della pubblicità Rai potrebbe approdare come presidente l’attuale direttore della Comunicazione e delle Relazioni Esterne e Istituzionali, Guido Paglia, che chiede deleghe forti per accettare, o, in alternativa, Roberto Sergio dai Nuovi Media.
Il cda, in tempi molto brevi, dovrà anche affrontare la questione dell’inadeguatezza delle sue dotazioni tecnologiche, un problema venuto clamorosamente alla luce in occasione dell’incidente al metrò di Roma dove Sky ha iniziato la diretta alle 9.45 e trasmesso le prime immagini alle 10.20 mentre la tv di Stato si è impantanata fino a mezzogiorno. I giornalisti Rai chiedono di avere in dotazione le cosiddette Fly, ovvero i camioncini con la parabola sul tetto che permettono di trasmettere in diretta. Viale Mazzini da due anni, ha stanziato 130 milioni per comprarle ma la burocrazia aziendale ha impedito di perfezionare l’acquisto. Uno stallo che Claudio Cappon vuole tentare di sbloccare.
Sullo sfondo i dirigenti del servizio pubblico radiotelevisivo inizieranno anche a ragionare sugli effetti che potrebbe produrre il ddl Gentiloni. In azienda pochi credono che la politica continuerà davvero a perseguire un provvedimento così penalizzante per tutto il settore. Fatto sta che se Mediaset calcola il danno potenziale in circa 500 milioni di euro, la Rai non se la passa molto meglio e prevede una stangata da 200 milioni di euro. Una emorragia di introiti che, per un’azienda già in sofferenza, potrebbe suonare come un colpo quasi mortale.