Gli sprechi equi e solidali della Turco e di Veltroni

Gentile dottor Granzotto, quando ho letto sul nostro Giornale che il ministro Livia Turco ha affidato a Slow Food l'incarico triennale di studiare i rimedi per rendere più gustoso il cibo distribuito negli ospedali ho gettato un urlo di stizza. Che bisogno c'è di rivolgersi a Slow Food spendendo chissà quanti soldi. Forse la signora Turco non ha mai messo piede in cucina, ma io sono una madre di famiglia, pratica di certe cose. Se lo chiedeva a me glielo avrei detto gratis come dare un po' più di nerbo alla classica minestrina o all'altrettanto classico petto di pollo degli ospedali.


Lei dice stizza, gentile lettrice. Mercoledì scorso, 18 luglio, non stizza mi ha provocato la lettura del Giornale, ma rabbia furiosa. Due notizie, quella da lei segnalata e l'altra, che il sindaco Veltroni impone alle mense scolastiche l'acquisto di generi alimentari equi e solidali, mi hanno letteralmente mandato fuori dai gangheri. Ma che male abbiamo fatto per avere una classe politica di tal fatta? Per essere governati e amministrati da simili (e qui potrei scrivere «buffoni», ma non lo faccio, fa troppo caldo. Anche se, come è noto, non è reato dare del buffone a un esponente politico, massime se di «elevata posizione pubblica». Corte di Cassazione - sentenza Piero Ricca - docet). Il commercio equo e solidale. È una bufala, nessun consumatore ci casca. Ma è anche una fisima della sinistra malinconica e terzomondista, tutta tristi tropici e Bingo Bongo-stare-bene-solo-al-Congo. Per cui, come riferisce il nostro Marco Zucchetti, onde dare una (poderosa) mano al mercato equo e solidale Veltroni vi acquista 672 tonnellate di banane. Pagandole, ovvero facendole pagare al contribuente, il triplo di quelle in vendita nei supermercati.
La Turco. Come non avesse altro a cui pensare per migliorare la qualità della vita negli ospedali, forse per comunanza piemontese (e poi dicono «simm 'e Napule paisà») forse per quella diessina, si rivolge - pagandolo quanto? Eh? Quanto? - allo Slow Food di Carlin Petrini, sovrano incontrastato della gastronomia radicalchicchettona, esclusiva, elitaria, da lingue di pappagallo e cara arrabbiata, per affinare il vitto ospedaliero. Primo: negli ospedali si mangia male, vero, però negli ospedali ci si va per curarsi, non per abboffarsi. Si mangia male anche perché, visti i destinatari, quella degli ospedali è una cucina senza sale, senza grassi, senza fritti e senza intingoli. Secondo: ai fini della qualità della vita del paziente, meglio il personale che si esime dal chiamare l'anziano «ehi, tu, nonnino» che non, a cena, il lardo di Colonnata o le formaggette di fossa dello Slow Food. Terzo: se la ministra proprio vuole dare una ripassatina ai menù ospedalieri, si rivolga, come saggiamente suggerisce lei, gentile lettrice, a una madre di famiglia, ché basta e avanza. E i soldi stanziati per lo Slow Food (quanto? Eh? Quanto?) li destini magari a ripulire e attrezzare convenientemente i bagni comuni molti dei quali, a entrarci, la qualità della vita ti precipita sotto i tacchi.