Sprecopoli, quel business sui beni sequestrati che adesso imbarazza il Tribunale di Milano

Dalle carte di un’inchiesta aperta a Monza su false fatturazioni emerge
che le spese da 10 milioni di euro richieste per la custodia dei reperti
risulterebbero gonfiate

Il corpo di reato dello scandalo sugli sprechi milionari al Tribunale di Milano è il corpo di reato stesso. Inteso come «bene», spesso di provenienza illecita, custodito a pagamento in un magazzino privato dopo il sequestro operato dalle forze dell’ordine impegnate a porre un freno al mercato clandestino degli articoli contraffatti. Sui costi di questo deposito occorre ragionare con attenzione perché i primi dati, emersi a margine di un’inchiesta della procura di Monza su un giro di false fatturazioni di una ditta di trasporti incaricata fra l’altro di ricevere e custodire anche il materiale confiscato a Milano, portano alla luce cifre stellari.

A cui la ditta sarebbe arrivata avendo richiesto una liquidazione di oltre 10 milioni di euro non sulla base dell’effettivo ingombro dei beni custoditi bensì calcolando il pagamento per ciascun reperto come se avesse occupato lo spazio di un metro cubo. E questo all’insaputa del tribunale di Milano.
Un esempio aiuta a capire meglio. Per custodire questi reperti il tribunale, tramite le forze di polizia intervenute nel sequestro, contatta la società che custodirà il bene all’interno del magazzino posizionandolo su un ripiano definito «bancale».

Quando sarà, la merce verrà ritirata per essere distrutta e mandata al macero pagando ovviamente il dovuto alla società. Come detto l’ingombro di questo «spazio» viene calcolato a metro cubo, e al suo interno finiscono tutte le borse, gli occhiali o i cd oggetto di un unico sequestro o di più sequestri. Se in un bancale non entra tutto, se ne utilizza un altro, e così via. Alla fine il Tribunale paga la custodia in base al volume delle merci.

Quel che sarebbe successo è che invece di un bancale onnicomprensivo dei vari capi requisiti, agli uffici giudiziari milanesi sarebbe stato presentato un conto stratosferico nel quale a un solo paio d’occhiali o a una sola borsa sarebbe stato equiparato un intero bancale di un metro cubo. E il tribunale di Milano, a fronte di una decina di milioni da liquidare, in sede di trattativa con la società si sarebbe accordato su 6 milioni di euro (più iva) senza però controllare le singole voci rispetto alla volumetria dell’oggetto che avrebbero cristallizzato la cifra reale in poco più di un solo milione di euro.

Per capirne di più occorre andare a spulciare le carte dell’inchiesta di Monza che riguarda, come detto, una storia di presunte false fatturazioni. E più in particolare l’interrogatorio di Massimo M., responsabile informatico della società incaricata della custodia del materiale sequestrato, che il 28 settembre 2009 candidamente ammette: «La prima mansione che mi fu chiesta fu quella di generare un tabulato che riportasse tutti i dati, a quel momento, relativi ai corpi di reato della procura di Milano. Il tabulato riportava anche i prezzi (costi) per ciascun corpo di reato, calcolati con un nuovo listino, che mi fu fornito da (...) che rispetto al precedente era più vantaggioso» per la società in quanto «calcolava i pressi su base volumetrica, utilizzando come valore minimo un metro cubo. Pertanto, ad esempio, una penna o un cd venivano conteggiati e pagati come un pacco di un volume di un metro cubo nonostante fossero notevolmente più piccoli. Ricordo che quando ho iniziato il lavoro, i prezzi dei corpi di reato erano “agganciati” al precedente vecchio listino, che come ho detto, fu sostituito» su disposizione del responsabile della società.

«Feci presente alla società – aggiunge - di aver trovato anche “doppie” fatturazioni riguardanti lo stesso corpo di reato». Un’anomalia in più. Che si andava a sommare a quelle denunciate un anno prima da un ex socio una cui lettera, rintracciata nelle carte dell’inchiesta di Monza, evidenziava una presa di distanze dalla richiesta stratosferica al tribunale di Milano e ricordava ai componenti del Cda come per gli oggetti di piccole dimensioni era stata sempre utilizzata una tariffa a collo essendo direttamente proporzionale alle dimensioni dell’oggetto, tariffa concordata con le massime autorità.
Insomma, dal 2008, con un’interpretazione soggettiva delle tabelle, la società in questione avrebbe provveduto a richiedere un liquidazione in metri cubi addebitando al Tribunale spazi mai occupati.

Sarebbe infine interessante sapere se corrisponda al vero quanto riferito al Giornale da una fonte interna al Tribunale di Milano. E cioè che nei tabulati presentati alla procura mancherebbe la descrizione analitica del bene e la sua effettiva posizione nel magazzino, questo per evitare di scoprire che per un cacciavite è stato affittato uno spazio di un metro per un metro.