Lo sprint di Bersani: «Compagni tranquilli, fra 10 anni vinciamo»

Comunque vada sarà un successo, diceva quel tale, e quindi non saremo qui a fare gli uccelli del malaugurio con Pierluigi Bersani, all’indomani dell’assemblea nazionale che lo ha ufficialmente nominato segretario del Pd. Va detto che ce l’ha messa tutta e, almeno nel campo della metafora, c’è da registrare un miglioramento. Quando era ancora un semplice candidato alla leadership, aveva tirato fuori quella del partito come «una bocciofila»; poi, da leader in pectore, quella del partito come «un bambino nuovo»... Ieri è stata la volta del partito come «collettivo di protagonisti», qualcosa, par di capire, che assomiglia al glorioso Milan di Arrigo Sacchi. Per non farsi mancare nulla, l’assemblea si è chiusa al suono della Canzone popolare di Ivano Fossati e di Un senso di Vasco Rossi, ovvero la musica al tempo dell’Ulivo, ma anche la musica al tempo del Pd, un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma, oppure la solita musica nel nome non di «un partito nuovo», ma di «un’identità nuova». Massimo D’Alema, suo grande elettore, ha definito tutto ciò «il rilancio nel Paese della sfida riformista», ma intanto a Roma si era fatta l’ora di cena e nessuno ha approfondito...
Terzo segretario in ventiquattro mesi, Bersani sa benissimo di avere spazi di manovra limitati. Ha parlato di «un partito che si rivolge a tutta l’area del centrosinistra, senza trattini di distinzione o di ruoli e senza pretese di esclusività», si è inventato le «coalizioni democratiche e di progresso» con le quali affrontare le prossime Regionali, ha tenuto a battesimo l’idea di «un partito plurale, ma non nel senso di attribuire a ognuno una stanza della casa comune. Penso a un partito che ha bisogno di tutti»... Ai tempi della famigerata Prima Repubblica ci si lamentava delle fumisterie del moroteismo, del vuoto pneumatico del doroteismo, ma il bersanismo è sulla buona strada per farceli rimpiangere.
Tutto questo per il neo-segretario Pd profuma invece di nuovo. «Oggi è stata introdotta una novità forse antica» ha detto pascolianamente nel suo fluviale intervento: «Torna la politica». Il che, tradotto, vuol indicare «un partito popolare e del territorio», «giovane che si sente giovane nel cuore», aperto alla «economia verde»... Non si capisce perché abbiano fatto fuori Veltroni: quanto a pappa retorica non aveva rivali.
Il fatto è che l’orizzonte è cupo, la sinistra non sa che fare e sperare che la destra si suicidi è un moto del cuore cui aggrapparsi, ma non un’analisi politica cui riferirsi. Bersani è consapevole che «costruire il partito, preparare l’alternativa» rimanda a «compiti che richiedono un lavoro importante per durata e per profondità». Fosse per lui, se ne potrebbe riparlare fra un decennio: «Devo costruire un partito in cui ci sono diverse identità. Ma tra dieci anni ci immaginiamo ancora così? Mi accuseranno di fare inciuci, no, io raffigurerò le culture. Ma ci si aiuti a mettere in campo nuove generazioni dove questi problemi non ci sono più». Qualsiasi cosa tutto ciò voglia dire, è chiaro che con l’attuale sistema elettorale il Pd non va da nessuna parte, ma «il superamento del bicameralismo perfetto», il «Senato federale», la stessa riforma alla tedesca sono cose che si possono fare solo con un accordo fra maggioranza e opposizione. Bersani lo sa, perché poi questa è la strada che il suo «leader di riferimento», Massimo D’Alema, vorrebbe perseguire. Ma in un centrosinistra, con o senza trattino, dove qualsiasi ipotesi di accordo viene vista come un tradimento e un arrendersi al Cavaliere Nero, Super Mandrillo e Grande Corruttore, ovvero Berlusconi, non lo si può mai dire chiaramente. Così, «nessun dialogo» ha puntualizzato il buon Pierluigi: «È una parola malata, ma confronto trasparente, nelle sedi proprie, cioè il Parlamento». E certo, esiste «una modernità alternativa alla deformazione populista e plebiscitaria del nostro quadro politico e istituzionale», ma sarebbe anche ora che il Pd dicesse la sua sul rafforzamento dell’esecutivo, sul ruolo del premier, su una repubblica parlamentare che, così com’è, ha più crepe che pareti.
Pur con tutta la buona volontà, la sensazione è che Bersani sia prigioniero di un modo di intendere la politica che non esiste più: una ritualità di parole, di immagini e di ruoli che ha finito nel tempo per configurare una vera e propria liturgia, efficacemente raccontata da un sociologo come Luca Ricolfi in un saggio dove l’antropologia della diversità ha finito nel radicarsi in un complesso dei migliori, convinti che solo il destino cinico e baro, da un lato, un popolo stolto e lazzarone dall’altro, gli neghino quel compito di governare ritenuto ereditario per una sorta di diritto divino.
Una prova di questo modo di pensare è una frase bersaniana che suona così: «Propongo come prima iniziativa di mobilitazione un’assemblea di mille amministratori del Pd, aperta ad amministratori di ogni schieramento, per denunciare il federalismo delle chiacchiere ed affermare quello dei fatti». Ma se, come Garibaldi, ne ha mille disponibili, invece di denunciare e di affermare, perché non li invita, semplicemente, a fare?