Spunta il riciclaggio nell’inchiesta Telecom

Stefano Zurlo

da Milano

Ora la parola passa ai Pm e l’inchiesta Telecom entra nel vivo. Chiusa la fase degli interrogatori di garanzia davanti al Gip, sono i pubblici ministeri a porre le domande nel secondo giro di valzer. Per quattro ore e mezzo Fabio Napoleone e Stefano Civardi cercano di chiarire il ruolo e le eventuali responsabilità di Marcello Gualtieri, il fiscalista storico di Emanuele Cipriani, figura chiave di questa storia. Per Gualtieri l’accusa è pesantissima: riciclaggio. In pratica avrebbe creato un sistema per far arrivare all’estero somme frutto di operazioni illegali. Per l’avvocato Federico Cecconi, però, le cose non stanno così: «È vero - spiega alla fine dell’incontro con i magistrati -, Gualtieri ha ammesso senza problemi la sua collaborazione con Cipriani», il superinvestigatore privato cui il responsabile security di Telecom, Giuliano Tavaroli, affidava molte ricerche sul filo della legge. «Ma il punto - prosegue il legale - è che Gualtieri svolgeva con assoluta correttezza il suo lavoro e non poteva certo avere sospetti sull’origine illecita delle somme movimentate. Lui sapeva semplicemente che fra i committenti c’erano spesso prestigiose multinazionali come Pirelli e Telecom e vedeva regolari fatture per regolari prestazioni». Insomma, nulla di anomalo. Nei prossimi giorni il penalista e i Pm concorderanno una nuova serie di meeting per approfondire gli argomenti in agenda. E contemporaneamente il Tribunale del riesame sarà chiamato a una prima verifica degli elementi probatori raccolti dalla magistratura milanese.
Il Pool di rito ambrosiano prova a scavare anche in un’altra direzione: i magistrati ascoltano il poliziotto fiorentino Sergio Bresciani, finito in manette nella retata della scorsa settimana. Bresciani era uno dei collaboratori di Cipriani e aveva, come scrive il gip Paola Belsito, «funzione di intermediazione, raccolta, consegna e pagamento degli accertamenti compiuti presso le banche dati in uso alle forze di polizia per conto dell’associazione». Dunque, era una pedina importante nella fitta trama di rapporti tessuti da Cipriani e dal suo amico Tavaroli.
Fra gli amici della coppia c’era anche Marco Mancini, l’alto funzionario del Sismi arrestato per il rapimento Abu Omar. A una settimana dal blitz, si scopre che Mancini è indagato con Tavaroli e Cipriani. Alla base del suo coinvolgimento una telefonata del maggio scorso, puntualmente intercettata dagli inquirenti, in cui il vicedirettore di Libero Renato Farina e un’altra persona lo chiamavano in causa, come depositario di segreti conosciuti illecitamente. Di qui una perquisizione senza risultati. La stessa Belsito scrive che «l’emersione dei rapporti fra Cipriani, Tavaroli e il Sismi non ha consentito di muovere alcuna contestazione né di ascrivere reati a soggetti in qualche modo appartenenti o coinvolti nei servizi». La posizione di Mancini sarebbe marginale e avviata verso l’archiviazione. Torna in libertà, intanto, Sante Nocita, uno dei cinque finanzieri arrestati. Prima di lui era stato scarcerato Cristian Martin.