Squadra fatta col Cencelli

L'annuncio della squadra azzurra per Salisbrugo serve almeno ad una cosa fondamentale: ricorda a tutti quanti che il ciclismo esiste ancora. Saranno in tantissimi, presso l'opinione pubblica offesa e disgustata, a restarne sorpresi. Dopo l'ultimo Tour, meglio, dopo che i tre vincitori degli ultimi tre grandi Giri sono finiti tutti impallinati da faccende di doping, lo sport delle due ruote sembrava quanto meno finito. Ovviamente a livello professionistico, perché al livello inferiore della pratica quotidiana sta vivendo un incredibile boom (questo per dire quale genere di crimine abbiamo compiuto i fedelisssimi del doping).
Facciamo comunque il nostro dovere: prendiamo atto di avere ancora una nazionale azzurra. Quanto poi al tipo e al genere di squadra, in tempi normali di normale dialettica bisognerebbe subito definirla forlaniana, o fatta col manuale Cencelli. Cioè piace a tutti, accontenta tutti, placa tutti. Perché praticamente ingloba tutti: non solo Bettini e Paolini, che meritavano rispettivamente i gradi di capitano unico e outsider unico, ma anche i vari Di Luca e Pozzato, per arrivare persino a Rebellin. Costui è il tizio che fino a un paio d'anni fa si sentiva figlio d'Argentina, tanto da chiederne febbrilmente la cittadinanza, poi misteriosamente negata. Vai a sapere: dev'essere che più un corridore sparla del cittì e della nazionale, più il cittì e la nazionale lo premiano. Ma una volta, per indossare l'azzurro, oltre che forti non bisognava anche essere degni?
Alla fine, l'unico autorizzato a recriminare pesantemente resta il povero Garzelli, pecora nera lasciata a casa nonostante le ottime prove fornite nelle pre-mondiali. Ci stava tranquillamente anche lui, tra i quindicimila mezzi capitani convocati da Ballerini.
Cosa dire: il cittì, che sarà esonerato in caso di sconfitta, cerca evidentemente di costruirsi attorno un nuovo consenso ricorrendo ad una tattica vecchia come l'Italia, cioè lisciare il pelo a chiunque. Mezzi capitani, sponsor, parrocchiette federali. Come se non si sapesse, come se lui stesso non avesse già verificato pesantemente, che alla fine troppi mezzi campioni non fanno un campione vero, anzi finiscono per intralciare l'unico campione effettivo previsto in squadra, vale a dire Bettini. Niente, la strategia forlaniana impone la scelta di non scegliere. Accantonato il coraggio, via libera al quieto vivere. Cinque punte e quattro gregari. Anche se si perde, nessuno avrà da ridire, perché nessuno è rimasto fuori. Solo una domanda: ma per disegnare una nazionale così, serve ancora un cittì?