La Squadra Mobile sta dando la caccia ad altri due stranieri, un afghano amico di famiglia della giovane e un connazionale dell’uomo finito in manette Iracheno clandestino arrestato per stupro Sotto la minaccia di due coltelli il trentenne avrebbe violen

Sarebbe dovuta essere una normale uscita fra amici, ma per una ragazza etiope di soli 20 anni, quella di giovedì notte, si è trasformata in una serata da incubo.
La studentessa extracomunitaria, secondo la dinamica della vicenda ricostruita dagli agenti della IV Sezione della squadra mobile diretti da Dania Manti, aveva deciso di uscire con un caro amico di famiglia, un giovane di nazionalità afghana. Ma mai avrebbe potuto sospettare che lui potesse tradirla, visto che si conoscevano da diversi anni.
Parte il «piano»: è mezzanotte, l’immigrato afghano dice alla ragazza di aver dato appuntamento, nei pressi della stazione Termini, a due suoi amici iracheni. Il «presunto» amico della studentessa universitaria finge di doversi medicare una ferita e, con la complicità dei due iracheni, invita la ragazza nell’abitazione di questi ultimi, non troppo lontana dal luogo dell’incontro. I tre uomini e la giovane donna raggiungono quindi la casa, una specie di seminterrato in via Casilina, dove i due iracheni vivono da un po’ di tempo. Lì comincia il gioco perverso.
L’amico «fidato» della ragazza tesse una rete di bugie. Dice alla ragazza di dover uscire e, inventando una scusa, si allontana con uno dei due iracheni, abbandonandola nelle mani dell’altro. È in quel momento che M.I., il trentenne clandestino si avventa sulla ragazza e, per vincerne la resistenza, la minaccia con due coltelli e la violenta ripetutamente.
Ma la fortuna vuole che, quando gli altri due «complici» rientrano in casa, ieri all’alba, la vittima dello stupro riesca a fuggire. Appena fuori dalla casa degli iracheni, spaventata e sotto choc, la giovane telefona a due amici per chiedere aiuto e si fa accompagnare da loro all’ospedale Figlie di San Camillo.
I medici della struttura le riscontrano lesioni e segni inequivocabili di violenza carnale. Gli stessi sanitari, su indicazione del posto di polizia dell’ospedale, accompagnano la giovane etiope in questura per denunciare l’accaduto. A San Vitale la ragazza viene interrogata e aiuta gli inquirenti a ricostruire l’episodio di violenza. La testimonianza della giovane, che vive in Italia da quando aveva due anni con la madre, è fondamentale per l’arresto. Gli agenti della squadra diretta da Alberto Intini si precipitano nel quartiere Casilino e dopo un appostamento all’esterno dell’abitazione, attendono che l’aggressore torni a casa. E quando l’iracheno rincasa, scattano le manette. Lo straniero, in Italia clandestinamente, viene condotto in questura per la convalida dell’arresto.
Il reato imputato all’iracheno è violenza sessuale e minaccia a mano armata. Ma il lavoro di polizia e inquirenti non è ancora terminato: sono ancora in corso, infatti, le ricerche dei due complici, l’afghano e l’iracheno che si sono resi irreperibili e per questo vengono sospettati di aver avuto un ruolo di complicità con l’arrestato.