Squaw è una parola razzista Gli indiani vogliono abolirla

La tribù degli Shoshone propone di cancellarla dalla toponomastica

da Milano

Era il dolce sorriso dei film western, l’esotismo erotico dei nostri eroi di carta, trecce nere, occhi scuri, pelle ambrata, mocassini e un vestitino di daino disegnato lungo le linee del corpo. Era l’immagine classica della donna indiana. Ora la parola «squaw», in uso da almeno 400 anni, da prima di Pocahontas, è un insulto razzista, tanto che alcune tribù chiedono che venga cancellata dalla toponomastica americana.
«È come dire la parola che comincia nigger a una persona di colore» ha detto Ruby Bernal, portavoce degli Shoshone-Bannock, una delle cinque tribù indiane che abitano le riserve dell'Idaho, nel nord-est degli Stati Uniti, alludendo al termine «negro», insulto gravissimo e altamente offensivo usato negli Stati Uniti per indicare gli afro-americani.
Ruby Bernal assicura che «la parola che comincia per squaw è uno schiaffo, segno di disprezzo per me e per tutte le donne indiane». Insieme a centinaia di altre donne native, Ruby ha deciso di dichiarare guerra al termine e chiede di far sparire tutte le referenze toponomastiche, che negli Stati Uniti sono 800, da «Squaw Canyon» a «Squaw Valley» a «Squaw Peak». Alcune tribù sostengono che la parola non sia mai stata utilizzata dagli indiani e che rievochi la dolorosa storia della colonizzazione. Uno dei gruppi più influenti del nord-est, la tribù Coeur d'Alene, diventata ricca grazie ai casino, si sta facendo promotore di una campagna per sostituire la parola «squaw» con «chimeash», che significa donna di buon carattere, da 11 nomi di località dell'Idaho. La decisione spetta all'Ufficio dei nomi geografici (Bgn), organo dell'amministrazione governativa, ma dev'essere sostenuta dalla collettività dei cittadini: alcuni di loro ammettono di non aver mai pensato a «squaw» come a un insulto.
È l’ultimo atto di quella «sceneggiata americana» chiamata cultura del «politicamente corretto» che trasforma le battaglie per i diritti civili in una zuffa di cortile sulle parole. L’obiettivo è disinfettare il linguaggio dal suo passato e da ogni minimo sospetto di razzismo o discriminazione. Il risultato è fare come lo stolto che guarda il dito che indica la luna. Per tutelare le minoranze, purtroppo, non basta cancellare dai vocabolari una manciata di parole. Nigger o non nigger, squaw o non squaw, i problemi dei neri e degli indiani d’America restano sempre gli stessi.