Uno squillo mi gela nella notte: «Tua cugina uccisa a New York»

New YorkQuando i detective della squadra omicidi di East Harlem mi hanno chiamato in piena notte, mi sembrava di essere finito in un brutto sogno. Le mani mi tremavano e il cellulare mi è caduto dalle mani. Non riuscivo nemmeno a raccorglierlo. Tremavoe e sudavo a freddo come fossi precipitato in un incubo terribile e straziante. Non riuscivo a distinguere: ero sveglio, stavo sognando? Ho pensato anche a uno scherzo di cattivo gusto. Magari con il fuso orario qualcuno che mi chiama dall'Italia. Ma sarebbe stato troppo. «I am sorry, my name is detective Thomas Ryan and your cousin Rita is dead».
Sono riuscito soltanto a dire «What? Are you kidding me...».
Mi stai prendendo in giro? gli ho gridato come un disperato. Forse c'era uno sbaglio, un’omonimia.
Il detective, con molta professionalità e calma, mi ha pregato di richiamarlo al commissariato, così avrei potuto verificare che il numero era proprio quello del Precinct 25esimo. Dall'altra parte purtroppo il detective Ryan ha alzato la cornetta e dispiaciuto mi ha ripetuto la notizia. Mia cugina era stata assassinata.
Rita era stata accoltellata ben tre volte. Il suo corpo era ancora riverso sul pavimento del suo appartamento. Hanno trovato il business card sul suo frigo e mi hanno subito chiamato. Tremavo, farfugliavo, ero incredulo e il detective con tatto e garbo mi chiedeva di aiutarlo. Il suo portatile Apple era scomparso e lui mi chiedeva quali erano le sue email e il suo indirizzo Skype. Cercavano gli ultimi contatti di mia cugina, ammazzata in casa con due fendenti al petto, uno fatale che le ha reciso l'arteria polmonare, un’altro alla gola. Il detective voleva sapere dove Rita lavorasse, se avesse un lavoro. Se studiasse e in quale college. Se potevo subito fornire una lista di amici e amiche, se ero l'unico parente a New York ce ne fossero altri.
Il balordo, forse un tossicodipendente, era entrato nel suo appartamento: voleva rubare qualche dollaro e qualcosa di valore. Invece si era trovata di fronte Rita che preparare la cena per il giorno del ringraziamento al suo ragazzo Alfred, uno studente messicano che aveva conosciuto al ristorante italiano «Buon Gusto», dove assieme lavoravano come camerieri. Il killer dopo aver spinto Rita a terra, si sarebbe impossessato del nuovo laptop e si sarebbe dato alla fuga. Ma nel computer c'era tutta la vita di Rita. C'era tutto il sogno americano di mia cugina. Il portatile custodiva gli ultimi esami e poi la tesi che avrebbe discusso tra pochi mesi: ad anno nuovo si sarebbe laureata nell'Hunter College. Uno dei college più prestigiosi di New York. Ero molto orgoglioso della mia «piccola» cugina: era a New York da meno di 5 anni, parlava l'inglese in modo perfetto, stava imparando lo spagnolo. E tra pochi mesi avrebbe preso la «graduation» in materie letterarie (liberal arts, dicono gli americani). E poi il master, in arte moderna, ovviamente, perché a Pescara aveva studiato. L'arte moderna era la sua passione. La sua vita. A New York aveva realizzato il suo sogno. L'american dream. Dal Moma al Metropolitan, dal Whitney Museum al Guggenheim: dove la settimana prossima saremmo andati assieme a visitare la grande personale di Maurizio Catellan.
Ma Rita ha pagato il suo sogno americano a caro prezzo. Mi diceva sempre: «Meglio 5 anni da leone a New York che 15 anni di noia in Abruzzo». Cinque anni li ha vissuti alla grande, da un museo all'altro, da un grande college come quello di New Paltz dove ha incontrato e il suo professore era John Turturro, all'Hunter College dove grandi artisti e premi Nobel insegnano a sognare con la letteratura e l'arte contemporanea: quella minimalista e pop che lei adorava. Andy Warhol, Basquait, Keith Harding e i nostri transavanguardisti. Da più di 22 anni un italiano non veniva ucciso nella Grande Mela, quel balordo doveva stroncare il sogno di mia cugina che era davvero libera e felice a Manhattan, l'ombelico del mondo. Speriamo che i detective di East Harlem trovino subito l'assassino, anche perché Rita viveva ad appena cento metri da quel commissariato. La polizia cerca un certo Carlos, uno studente forse di origine brasiliana che una vicina ha visto conversare un'ora prima del delitto con Rita, ma in modo amichevole e sereno. Se è lui, il dna non gli darà scampo.