«Uno squillo a pranzo Così il trapianto mi ha fatto rinascere»

In certi casi è facile distruggere, e molto difficile ricostruire. Paolo Cirino Pomicino pensa a «certi temi, come quello della vita e della morte». «Sono sempre stato pronto a donare i miei organi, per quanto potevo, già da vent’anni. Dal primo bypass». E, per un anno, è stato pronto anche a ricevere: l’attesa, lunghissima, per un cuore nuovo. Dal giugno del 2006 all’aprile del 2007, quando è stato chiamato dai medici del San Matteo di Pavia. Era il 9 aprile, lunedì dell’Angelo.
La telefonata decisiva. Com’è andata?
«Era Pasquetta ed ero solo, la mia compagna era andata a Roma per una ricorrenza familiare. All’epoca vivevamo a Milano, per essere vicini al San Matteo, il policlinico di Pavia dove sono stato operato dall’équipe del professor Viganò. Ero a colazione con un collaboratore, non avevamo trovato posto da nessuna parte; così siamo andati al ristorante di fronte all’ospedale. Stavo mangiando una fettina di salame...».
E l’hanno chiamata. Un segno?
«Sono napoletano e cattolico. Ho fatto la somma delle coincidenze. Ero a tre passi, e ho attraversato la strada. Poi ho aspettato. Ero molto sereno: mi era già successo due volte, ma ho avvertito che quella era la chiamata definitiva».
E poi?
«Ho aspettato. Dalle due di pomeriggio alle nove e mezzo di sera, quando sono entrato in sala operatoria. Ho trascorso quelle ore scrivendo un “Geronimo” e una lettera alla mia nipotina che, poi, ho pubblicato nel mio libro, La politica nel cuore».
Come ha vissuto quelle ore?
«In quelle ore senti, forte, il mistero del dolore. L’umanità ne è piena. E pensi a tutti quei giorni in ospedale, i mesi che hai vissuto in quelle stanze, quando piangevi senza farti vedere da nessuno, il peso del passato, la paura del domani. Intanto aspettavo che svolgessero tutte le procedure. Un trapianto richiede un’organizzazione perfetta».
Ha saputo da dove è arrivato il suo cuore?
«È un cuore del Nord. Ho fatto l’unità d’Italia. Ho pregato per la vita di questa persona; la ricordo sempre nelle mie preghiere, insieme alla sua famiglia».
Il 9 aprile è finita una lunga attesa. Ma non era la prima volta che la chiamavano dall’ospedale. Che cosa è successo in quei mesi?
«Sono stato allertato tre volte prima di finire davvero in sala operatoria. E, ogni volta, il primo impulso è stato di pregare per la vita della persona che si stava spegnendo, anche se questo, per me, avrebbe significato non avere il trapianto. Una catena di solidarietà unisce chi dona e chi riceve: è la vita, la sua sacralità che si perpetua, non la violenza».
Quando l’avevano chiamata la prima volta?
«Il 31 dicembre del 2006. Ho trascorso la mezzanotte in ospedale. I familiari avevano dato il consenso ma il cuore non è stato espiantato perché era deteriorato. Il trapianto è una corsa contro il tempo: per il cuore, dall’espianto alla ripresa del battito non devono passare più di quattro ore».
Il lunedì dell’Angelo, l’ultimo dell’anno. Sempre in giorni particolari?
«Già. Un’altra chiamata era arrivata a fine gennaio 2007. Ma poi i familiari non hanno dato il consenso. Così me ne sono tornato a casa. Poi quella persona è morta. Non ho mai provato risentimento verso quella famiglia: capisco il mistero del dolore umano. Ma dev’essere chiaro: dalla morte cerebrale non si torna indietro. Non è il coma profondo, da cui si può uscire. Le persone in stato vegetativo non sono cerebralmente morte».
È la polemica di questi giorni. Lei è stato anche neurochirurgo per dieci anni. Che ne pensa?
«L’articolo della signora Scaraffia sull’Osservatore romano è un errore. Che, per fortuna, è stato corretto in tempo reale da Padre Lombardi, che ha precisato che nulla ha a che vedere col magistero della chiesa».
Perché è un errore?
«La certificazione della morte cerebrale non è una violenza sulla vita. Al contrario, testimonia come la vita sia un dono così grande che, anche quando si sta spegnendo, può trasmettere vitalità a un’altra persona, attraverso la donazione. E la generosità massima è donare se stessi, i propri organi, perché altri possano continuare a vivere».
Il collegamento con l’«interesse» nel trapianto è sbagliato?
«È profondamente sbagliato: scatena un’onda anomala di emozioni e i parenti, straziati dal dolore, possono nutrire speranze inutili. Così il congiunto perde comunque la vita e impedisci quel gesto di generosità che è essenziale per salvare altre vite a bambini, giovani e adulti. La legge italiana è assolutamente garantista, perché è basata sulla volontarietà. Non c’è alcuna violenza».
Quando ha saputo di dover affrontare un trapianto, come ha reagito?
«Chi è in attesa di trapianto vive una vita quotidiana così difficile che il trapianto è la riva, l’approdo. Quando arriva il momento, c’è solo speranza. La paura è solo che sia troppo tardi. È per questo che bisogna rilanciare la cultura della donazione. Ed è per questo che ho sempre detto alla mia famiglia: nel caso, donate di me tutto ciò che può essere trapiantato».