Sri Lanka, si arrendono le Tigri Tamil Finisce una guerra costata 70mila morti

L’APPELLO Il Papa: «Risparmiate i civili». Più di 50mila persone fuggono dall’area

Le Tigri, i guerriglieri che da un quarto di secolo combattono per un impossibile stato tamil nello Sri Lanka, si sono arrese. Durante la giornata di ieri alcuni irriducibili ancora resistevano, ma senza speranza di fronte all’inesorabile offensiva dell’esercito governativo. Lo spietato e sanguinario capo delle Tigri, Velupillai Prabhakaran, sembra invece sparito nel nulla. Forse si è suicidato con le fiale di cianuro che gli ufficiali tamil tengono al collo in caso di cattura. Oppure è fuggito via mare verso l’India, la Malesia o la Thailandia per riorganizzare la lotta. «La battaglia è giunta al suo amaro finale», annunciava ieri un comunicato pubblicato dal sito Tamilnet. Lo ha firmato il «ministro degli Esteri» dei separatisti, Selvarasa Pathmanathan. Un moderato nella nomenklatura dei guerriglieri bollati come terroristi dagli Stati Uniti e dall’Unione europea. Il movimento delle Tigri per la liberazione dell'Eelam tamil, lo «stato» della minoranza, ha dichiarato di aver cessato le ostilità. «Non ci resta che una sola scelta di fronte a un nemico che ha ucciso il nostro popolo: abbiamo deciso di far tacere le armi» scrivono i tamil.
I guerriglieri superstiti sono asserragliati in una fetta di territorio nel nord est dello Sri Lanka, con le spalle al mare, di soli tre chilometri quadrati. All’apice della guerriglia controllavano un terzo del paese. Ieri mattina i governativi hanno annunciato di aver «liberato» 50mila civili intrappolati dai combattimenti. I tamil accusano l’esercito di bombardamenti indiscriminati, i militari replicano che i guerriglieri usano i civili come scudi umani. Ieri Benedetto XVI ha chiesto in piazza San Pietro «garanzie, incolumità e sicurezza per i civili».
Entrambi le parti si sono macchiate di crimini. Dal 20 gennaio al 7 maggio, secondo un rapporto dell’Onu, sono stati uccisi circa 7mila civili. «Nelle ultime 24 ore, più di 3.000 cadaveri sono abbandonati nelle strade, mentre altri 25.000 risultano feriti», denunciava il comunicato di resa delle Tigri. Il presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapaksa, dovrebbe annunciare oggi il definitivo colpo di grazia ai ribelli separatisti. Invece è mistero sulla sorte di Prabhakaran, la «Tigre numero 1». Il fondatore del movimento separatista nei primi anni ’70. Un brutale assassino che ha imposto ai suoi il culto della personalità. Famoso per far fuori chiunque gli facesse ombra, è stato l’inventore dei terroristi kamikaze e ha spinto le Tigri ad arruolare i bambini. Mentre i suoi morivano in prima linea lui viveva in ville con piscina gonfiabile in mezzo alla foresta. Il suo irriducibile sogno separatista ha provocato 70mila morti. Ma dal 2007, quando l’esercito è passato all’offensiva, le sue roccaforti sono cadute una dietro l’altra.
Prabhakaran non si vede in pubblico da 18 mesi. Potrebbe aver deciso una fine alla Hitler nel suo ultimo bunker facendo esplodere i depositi di munizioni con l’obiettivo di non far trovare un solo pezzo del suo corpo e mantenere viva la sua fosca leggenda. Si è anche parlato di accordi sottobanco con il governo. In cambio della resa finale Prabhakaran avrebbe potuto lasciare l’isola via mare. Nella vicina India conta su importanti contatti nel Tamil Nadu, abitato da una maggioranza tamil. Squadre antiterrorismo sono mobilitate in Malesia e Thailandia nel timore di una fuga via mare. «Non abbiamo alcuna informazione», ha detto ieri l’esercito. Un portavoce delle Tigri ha detto che è ancora nelle zone di combattimento pronto a partecipare al processo di pace. Se il governo non riuscisse a catturarlo o a provare la sua morte il suo mito potrebbe contribuire ad alimentare nuove attività terroristiche.