Sta male San Suu Kyi l’eterna prigioniera

Birmania, paura per una grande donna. Non mangia ed è sempre più debole il premio Nobel simbolo vivente della lotta di un popolo per la libertà. Murata viva, dal 1990, salvo brevi intervalli, non è uscita dalla sua fatiscente abitazione

Le han rubato libertà, vittorie, famiglia, speranza. Le è rimasto quell’ultimo filo di vita. Esile e sottile. Se ne sta andando anche quello, inghiottito dalle rovine putrescenti di quel lodge umido e malsano aggrappato alle rive dell’Inya Lake. Dentro quella magione troppo grande anche per un’eroina paziente, tra il legno tarlato di quel rudere senza elettricità scoperchiato e piegato dal tifone si sciupa la vita della 63enne Aung San Suu Kyi. Giovedì i dittatori di Rangoon han fatto arrestare il suo medico, l’han sbattuto in galera senza un perché, han tolto alla diafana prigioniera anche il conforto di un volto fidato. Al suo posto è andato Pyon Moe Ei, il sostituto. Ha bussato alla porta di University road, ne è uscito tre ore dopo. Sconsolato. Ha scosso la testa: «La signora - sussurra con il tono del medico sconfitto - non sta bene. Non mangia più, la sua pressione è sempre più bassa». Brutti sintomi, brutti segni, soprattutto dopo lo sciopero della fame dell’anno scorso, dopo i disperati 19 anni di prigionia interrotti da brevi e incerti periodi di fugace, circoscritta libertà.
Davanti a quell’incerto quadro clinico molti temono il peggio, temono che il signor John Yeattaw, diventi l’ultimo straniero ad averla incontrata viva. Yeattaw è l’uomo del mistero, l’americano senza volto ripescato giovedì notte dagli sgherri di Rangoon mentre s’allontanava a nuoto dalla villa desolata. Galleggiava a mezz’acqua, sballottato su una tanica vuota trascinato dalla corrente limacciosa dell’Inya Lake con addosso un tascapane impermeabile, un passaporto, qualche centinaio di dollari e una videocamera. Nessuno sa chi sia. L’ambasciata americana tace, la giunta birmana lo descrive come un 53enne veterano del Vietnam, lascia trapelare l’idea di un complotto. Probabilmente è solo un giornalista o un militante dei diritti civili, un temerario pronto a tutto pur di beffare la dittatura, superare le barricate erette intorno a quella casa prigione, intervistare quel simbolo trasformato in «monaca di Monza» della democrazia.
Da 19 anni il generale Than Shwe e gli altri tiranni di Rangoon governano e regolano la giostra atroce, cuciono attorno al Nobel per la Pace le fila di quella ragnatela che ora le spezza il respiro. Inizia tutto per dolore e per caso. Inizia in quel lontano 1988 quando Aung San Suu Kyi torna a Rangoon per gli ultimi giorni accanto a Khin Kyi, la madre morente. Non è una madre qualsiasi. È stata la moglie di Aung San, il padre della indipendenza birmana, il padre che lei non ha mai conosciuto, il papà portato via da una pallottola misteriosa prima che la piccola Suu Kyi ne potesse ricordare il volto. Con la madre ambasciatrice la piccola Suu ha girato il mondo, studiato in India e a Oxford. Con la vita di mamma Khin si consuma in quel fatale agosto 1988 anche la ventennale dittatura del generale Ne Win, profeta e tiranno della via birmana al socialismo. L’illusione di libertà dura pochi giorni. L’8 agosto ’88 studenti attivisti democratici scendono in piazza. Poche ore dopo le strade sono piene di cadaveri. Quel massacro cambia la vita di Aung San Suu Kyi, risveglia il suo cuore di leader e paladina. Il 26 agosto ’88 parla a mezzo milione di persone davanti alla pagoda Shwedagon di Rangoon, si mette alla testa della Lega Nazionale per la Democrazia, segna il proprio destino. Da allora è prigioniera del proprio sogno. Vincere le elezioni, conquistare, nel 1990, il 60 per cento dei voti contro il due per cento dei generali, peggiora solo la sua situazione. Le folle la acclamano premier, salutano in lei la figlia e il successore di papà Aung San, ma serve a poco. Per il generale Saw Maung, il dittatore che all’epoca annulla il risultato elettorale, e per il suo attuale successore Thaen Shaw quella donna esile, quella buddhista gentile ma inflessibile è solo un granello da spazzare via. Ma lei è la figlia di Aung Sang, il Premio Nobel per la Pace, il simbolo della democrazia piegata e vilipesa.
Così inizia la giostra infernale. Dopo i primi arresti domiciliari terminati nel 1995 la invitano a lasciare il Paese. Lei non accetta. Non molla neppure nel 1998 quando rifiutano il visto a Michael Aris, il marito inglese consumato dal tumore che spera di salutarla per l’ultima volta. Le offrono di incontrarlo a Londra, ma Suu Kyi rifiuta. Sa che non la farebbero rientrare, sa che per restare nel suo Paese, per continuare a lottare, deve stringere i denti e attendere la notizia della morte di Michael a Rangoon. Con quella decisione perde anche i due figli Alexander e Kim. Ma per i tiranni non è abbastanza. Gli arresti e i rilasci si susseguono fino al 2003 quando una folla di zeloti di regime assalta la sua macchina, massacra i militanti che tentano di proteggerla. Per tutta risposta i generali la rinchiudono di nuovo nella villa fatiscente di University Road.
L’ultima volta che l’han vista metter piede oltre la soglia d’ingresso è stato nel settembre 2007, durante i giorni gloriosi, ma disperati, della rivolta dei monaci. Quel giorno si inginocchiò con quei monaci coraggiosi davanti al patio di University Road, pregò con loro per la liberta del Paese. In queste ore tristi tutti i monasteri della Birmania pregano per la sua anima forte e per la sua esile vita.