COME STA SIMPATICO IL ROMANESCO

L’italiano? Una lingua morta. Almeno in tv. Ormai sostituito a pieno titolo dal romanesco. Due esempi valgono più di qualsiasi discorso. Lunedì 27 marzo a L’eredità di Raiuno nel gioco della Scossa i tre concorrenti superstiti devono indovinare quale sportivo è il più simpatico agli italiani in un elenco di dieci nomi. Bene, ecco come è stata formulata la domanda da Amadeus, con tanto di testo in sovrimpressione: «Dopo Valentino Rossi, qual è lo sportivo che sta più simpatico agli italiani?». Con il verbo «stare» che ha detronizzato il verbo «essere», alla maniera di Roma. Purtroppo non quella antica, bensì quella di oggi. Ah, per la cronaca la risposta esatta era «Yuri Chechi». Secondo esempio. Martedì 28 marzo a Ballarò di Raitre, il conduttor cortese Giovanni Floris sul finire della trasmissione pone a Silvio Berlusconi una domanda lunga un minuto e nove secondi (!), che comincia con «Secondo il giudice della seconda corte d’appello di Milano...» e si conclude con «...questo comportamento, che è legittimo, lo paga in trasparenza verso parte dell’elettorato?». In mezzo al quesito fiume questa perla di puro romanesco: «Lei dice che sono i giudici che la perseguitano. Ci sta un comportamento anche suo però che probabilmente viene letto per parte degli italiani come un elemento di poca trasparenza». Stavolta mancava il testo scritto, ma chi è nato sopra la linea gotica ha avuto sicuramente un sussulto per quell’orripilante «ci sta», che un milanese (o un bolognese o un trentino o un genovese) nemmeno sotto tortura userebbe al posto di «c’è». Ma c’è, anzi ci sta, poco da fare per arginare l’onda anomala romanesca, perché romani sono quasi tutti gli autori (tra cui, guarda caso, Stefano Jurgens e Stefano Santucci dell’Eredità) e buona parte dei conduttori (Bonolis, Costanzo, Floris, Galeazzi e Giurato per citarne di popolarissimi). Con conseguente florilegio di consonanti raddoppiate («subbito») o dimezzate («guera») e tanto di quel «zole» da abbronzare chiunque anche in gennaio. Sarà il contagio televisivo, ma anche a Cinecittà l’italiano è un perfetto sconosciuto, dato che i doppiatori arrivano da Monteverde e dintorni. Così può capitare che Charlize Theron al cellulare domandi a Johnny Depp: «Dove stai?» e lui, invece di ribattere: «Ma come parli? Ti senti male?», risponda con un educato e altrettanto riprovevole: «Sto in ufficio». Stessa musica nelle fiction ambientate nel Piemonte patriottardo di metà Ottocento, nella Venezia dei dogi oppure tra le caravelle di Cristoforo Colombo: l’unica lingua ammessa è il romanesco. A meno che fra i trasteverini s’insinui qualche clandestino napoletano.